mercoledì 25 marzo 2020

Aliante - 1997 - Project


TRACKLIST:

01. The Run Of The Gnus
02. TGV (Train Gran Vitesse)
03. The Project
04. The Journey
05. Mistral
06. The Dunes Of Taghasout
07. Jacorius
08. Ico's Ghost
09. Baires
10. Nushjn And The Young Englishman


Brevissima premessa by George
Voglio innanzitutto ringraziare l'amico Frank-One, nostro prezioso  "pusher" di materiale raro, come nel caso di questo CD degli Aliante, datato 1997, di cui non vi è praticamente traccia sul web. Ben venga accogliere questo lavoro nell'alveo della Stratosfera. Frank-One ha fatto anche un grosso lavoro di trascrizione dei testi contenuti del booklet. C'è tanto da leggere, lo so, ma io li ho riportati integralmente lasciando a voi la scelta di una lettura completa o parziale. Nessun obbligo. Grazie ancora, Fran-One, per la completezza della proposta.

Recensione by Frank-One
Chi ascolta nuove proposte presentate da giovani ed in questo caso validissime band, sicuramente avrà apprezzato l’esordio "Forme libere" (2017) e soprattutto "Sul confine" (2019) del gruppo toscano Aliante. Ma a me il nome Aliante non suonava assolutamente sconosciuto e allora scava che ti riscava, fino a quando un giorno il carissimo amico Mauro “Faraone” Moroni, fondatore e patron della Mellow Records, ne fece menzione in una nostra conversazione su Facebook, e così non senza una certa difficoltà finalmente riuscii a procurarmi questo lavoro degli omonimi Aliante, questi di Genova, e del loro lavoro "Project" pubblicato nel 1997. 

La prima cosa che mi colpì, creandomi aspettative non certo poi andate deluse, fu il nome di uno dei due “piloti” del progetto, come leggerete in seguito, un certo Signor Paolo Griguolo, fondatore di una delle pietre miliari della musica che…a noi più ci piace. Sto parlando di PICCHIO DAL POZZO, con Griguolo sempre presente anche nei successivi recenti lavori della band genovese. L’altro “copilota” era Orazio Ursino, entrambi accompagnati da vari “passeggeri (ndr - i nomi dei musicisti sono indicati nella back cover). Ma invece di tediarvi con chiavi di lettura o apprezzamenti personali, lascerei spazio alle note esaustive benché forse troppo prolisse, pubblicate nel booklet in italiano e in inglese all'interno del CD, da parte di Sergio D'Alesio. 


"Benvenuti tra i suoni del mondo nuovo, una dimensione che elude confini, passaporti e il colore della pelle affidando il libero lievitare delle emozioni alle correnti d’aria che stazionano solo in alta quota. Attorno a questo semplice concetto errato il progetto degli alianti: team genovese nato sin dalla primavera del 1993 per volontà dei due master Mind Paolo greco e Orazio orsino creativi militanti delle più sperimentali vibrazioni sonore europee. Benvenuti tra i suoni del Mondo Nuovo, una dimensione che elude confini, passaporti e il colore della pelle affidando il libero lievitare delle emozioni alle correnti d’aria che stazionano solo in alta quota. Attorno a questo semplice concetto ruota il progetto degli Aliante: team genovese nato sin dalla primavera del 1993 per volontà dei due mastermind Paolo Griguolo e Orazio Ursino creativi militanti delle più sperimentali vibrazioni sonore europee. 
Questa la carta d’identità artistica dei due attivissimi musicisti: Griguolo, virtuoso di Synthguitar, è stato il fondatore del gruppo Picchio Dal Pozzo con due CD realizzati in seno alla coreana Si-Wan Records (credo che incredibilmente si riferisca alle due ristampe della casa discografica coreana, facendo quasi passare in secondo piano i due capolavori originali. Ndr)  e annovera collaborazioni di studio e on stage con Art Bears, Fred Frith, Robert Wyatt, Matia Bazar, Ron, New Trolls e il mitico Demetrio Stratos alternata ad esperienze di animazione musicale  nell'ospedale psichiatrico di Genova. 

Paolo Griguolo young
Non è da meno Ursino, da sempre autentico creatore di scale cromatiche eseguite col 5-4 string bass e il 4 strings fretless bass, turnista deluxe di centinaia di session, collaborazioni col maestro Reverberi e protagonista di un CD registrato a Londra con i Presage. Queste ricche esperienze interagiscono nella splendida miscela sonora dell’Aliante: una macchina musicale ecologica che sorvola panorami diversi incrociando rotte già percorse con la sperimentazione di tracciati inesplorati. L’idea di base appare chiara sin dalle prime battute: far ruotare intorno al nucleo centrale musicisti di alto livello e d’estrazione differente assemblando elementi che spaziano dal rock al jazz, alla Word Music e alla new age con l’intento di fondere l’amalgama in un linguaggio stilistico polivalente che si libra verso nuove direzioni. 
Nel ’96, dopo una lunga serie di concerti che coinvolgono sul palcoscenico musicisti come Claudio Lugo (titolare della cattedra di sassofono presso il Conservatorio A. Vivaldi di Alessandria), Salvatore Cammilleri (batterista di Finardi, Ramazzotti e Vecchioni) e Claudio Capurro (docente di sassofono alla Roland School di Genova), l'ensemble Aliante, diretto dai “piloti” Griguolo e Ursino, imbarca nel suo percorso itinerante nuovi titolati “passeggeri” ospitando in sala di registrazione le tastiere di Mimmo “Ezechiele” Damiani, la batteria acustica e sintetizzata di Ico Spigno e Marco Biggi e i fiati di Luca Ravagni affiancati al sax di Claudio Caputo,  già parte integrante del gruppo. Oggi, in un ambiente rinnovato negli stimoli, espressioni e colori, nascono le meravigliose vibrazioni di un debutto che lascia subito il segno…


PROJECT
Facendo tesoro delle “archetipevisioni” degli Area e Perigeo, l’Aliante avvia la turboelica digitale di bordo sorvolando cineticamente le isole abitate dai Weather Report, Mark-Almond e Tribal Tech assemblando nelle stive di bordo tutta l’energia dispersa nelle missioni precedenti da volenterosi equipaggi d’epoca. Ma c’è una propulsione nuova che sospinge gli strumenti dell’ensemble verso dimensioni inesplorate, dove il tecnicismo virtuoso si unisce a trame favolistiche che corrono liberamente avanti e indietro nel tempo arricchendosi di culture, tradizioni, e sperimentalismi plasmati via via con lucida grafia compositiva dai due “piloti”. I nove brani del progetto analizzano, verificano e raccontano suoni, storie ed impressioni di un viaggio circolare che ridefinisce i confini del pianeta azzurro. Sin dallo start si accende la spia rossa del pannello di controllo: c’è un allarme nell’aria all’ombra degli eucalipti. E’ meglio allontanarsi dal terreno sottostante, dove un branco di gnu si lancia in una folle corsa. Poi la velocità diventa percezione e coscienza della propria agilità e solo l’acqua sembra placare The run of the gnus. Il turboaliante porta in salvo la geniale miscela jazz rock del team che in Tgv (train Gran Vitesse) sorvola in pochi secondi la Provenza, la Cote d’or e la Senna da Marsiglia a Parigi, sfrecciando fra villaggi e campagna a cavallo di un bolide di metallo senza piantar radici. Per i “passeggeri” è arduo provare una sensazione di appartenenza e un legame preciso col mondo che fluttua dagli oblò. Il tema di Project – The Journey esprime proprio il senso di incertezza di fronte all’ignoto, dove persino il bagaglio personale appare trascurabilmente superfluo: anche se il vento teso e asciutto del Mistral così intriso di aromi di lavanda e fiori di senape lotta attraverso la macchia mediterranea per raggiungere il delta del Rodano, lasciandosi cullare da identiche poesie d’amore in lingua d’oca che portano un omaggio alle sirene del Golfo del Leone. Surrealismo e cultura qui si uniscono alla sinergia dell’Aliante che, all’improvviso, fra le Dunes of Taghasout scorge una sfera bianca che sale dal mare illuminando una sinuosa pista fra le dune del deserto. Nella sosta c’è appena il tempo per ascoltare il lamento di un muezzin che recita un surà accompagnando le ombre di una lunga carovana berbera che attraversa l’immensa distesa di sabbia… 

C'era una volta...Picchio Dal Pozzo
In questo contesto nasce una riflessione-dedica, con sigla compattata Jacorius al grande Jaco Pastorius che, seguendo pazzia, genio e sregolatezza, aveva incautamente tentato il volo senza il supporto dell’Aliante lasciando ai “piloti” una grande, disarmante eredità. Giunti in prossimità della costa, il team si raduna in un Cottage, dove l’odore del mare fa sentire tutto il suo fascino stimolando Ico’s Ghost che suona esattamente come il percussionista disperso avrebbe desiderato. Quel riff continua ad ossessionar e “piloti” e “passeggeri” per l’intera transvolata oceanica che si acquieta solo nei cieli latini di Buenos Aires, dove si respira aria di tango e dei tradizionali macramè. Il fascino è irresistibile e nell’hangar di Baires i musicisti si fanno raccontare da un vecchio edicolante quando, dopo una lunga giornata da emigranti, si nascondeva sul retro di una locanda per rubare le note malinconiche di un tango argentino temperando la nostalgia della sua terra natia. È un altro punto a favore che finisce per essere gelosamente immagazzinata negli archivi di bordo… Il volo riprende perdendosi in una dimensione spazio-tempo che cela l’incontro fra Nushin and the young Englishman. È il momento onirico dell’Happening. Davanti ai loro occhi un giovane inglese attraversa il mercato di una città persiana fermandosi davanti alla bancarella di incensi di Nushjn e per un attimo interminabile i loro sguardi si incontrano. Sembrerebbe un aneddoto casuale, ma pochi sanno che, per tutto il resto della sua vita, il ragazzo britannico prima di addormentarsi avrebbe rivisto quei due profondi occhi neri immersi in un caldo profumo di rosa incenso… L’aliante fa girare la sua elica magica e scompare all'orizzonte lasciandoci in balia di “suoni” notturni e solare altrettanti indimenticabili… Sergio D’Alesio.
E dopo cotanta prolissità mi sento solo di augurarvi buon ascolto



Post by George (just a little help) - Words & Music by Frank-One

domenica 22 marzo 2020

Serie Bootleg n. 307- Piero Brega e Francesco Giannattasio- Live a Modena, 26/3/1978

Piero Brega e Francesco Giannattasio, in una registrazione RAI

TRACKLIST:

01. Tutti Ci Hanno Quarche Cosa 
02. Tanto tempo solo 
03. Saltarello emiliano 
04. Su ballu
05. Da piccolo fanciullo 
06. Sali sole 
07. Valzer di un momento 
08. Tuscolana (Intro) 
09. Tuscolana
10. Strumentale
11. Valzer per Siglinda
12. Strumentale 
13. Arpa Celtica
14. Strumentale


FORMAZIONE:
Piero Brega, voce, chitarra
Francesco Giannattasio, fisarmonica, percussioni, fiati, organetto, ghironda, arpa celtica (set presunto)

Dal nostro amico Alifib (che fu preziosissima fonte per lo storico post sul Concerto per Alceste), ci giunge questa registrazione relativa al concerto che Piero Brega e Francesco Giannattasio tennero a Modena il 26 marzo del 1978. Si tratta dunque di un’esibizione di solo qualche settimana seguente al live che i due, in compagnia di Andrea Piazza, tennero al Folkstudio di Roma (documentato qui).
Ma leggiamo quello che ci riporta Alifib che a quel concerto fu presente con il suo registratore portabile:

“Il concerto si tenne al vecchio Palasport di Modena (poco più che una grande palestra), vicino alla stazione delle corriere, in pieno centro. Brega e Giannattasio avevano lasciato da poco il Canzoniere del Lazio, nella fase intermedia che avrebbe portato alla formazione dei Malvasia e in seguito dei Carnascialia (col solo Brega, dei due), Il repertorio risente ancora moltissimo del periodo Canzoniere (nel frattempo disciolto), con nostro sommo gaudio: il CdL in quegli anni era in cima alla nostra top list di artisti italiani. Tra l’altro, li avevamo conosciuti personalmente al concerto per Alceste, tipi “giusti” anche dal punto umano e politico (e si capisce anche ascoltando i parlati fra un brano e l’altro di questo concerto). Li avevamo poi incontrati per caso in Sardegna nell’estate del 1975, noi nella nostra prima vacanza sull’isola (di molte a seguire), loro, a caccia di suoni umori per rinsanguare la loro musica, uscita ormai dal ristretto ambito laziale degli inizi, che non si perdevano una sola festa popolare (ci incontrammo almeno tre volte).
L’audio del concerto è poco più che mediocre, un po’ per la triste acustica del posto, tipica dei palasport, un po’ per al scarsa disciplina del pubblico, incoraggiato anche dai due (più che un concerto, fu una festa), e un po’ anche per gli scarsi mezzi tecnici di cui disponevo allora per registrare audience. Il nastro poi non ha aiutato (vedi il volume oscillante dei primi quattro-cinque pezzi). Un bel concerto, fra i migliori di quell’anno.”

Piero Brega

Ora, ascoltando il nastro, ci sorge il dubbio che in realtà ci fosse l’apporto di qualche altro strumentista. Ancora Alifib: 

“Che io ricordi, sul palco c’erano solo loro due, con molti strumenti, ma non saprei dirti di più (comunque nelle poche note del quaderno delle c-90 sono citati solo loro), ma non ci potrei giurare.”

E’ possibile però una soluzione intermedia, cioè che in qualche brano, per esempio nello strumentale della traccia 7,  si sia aggiunto un altro strumentista (e a questo punto facile pensare allo stesso Andrea Piazza).

A ogni modo riteniamo di essere in presenza di un documento sonoro molto utile sia a ritrovare il sapore di un’epoca in cui la ricerca popolare era vissuta in modo vivo e progressivo (come testimoniano i diversi parlati tra un pezzo e l’altro), sia per ricostruire, come ci ricorda Alifib, quella delicata fase di passaggio successivo al dissolvimento del Canzoniere del Lazio e alla creazione da lì a poco delle esperienze episodiche, ma imprescindibili, dei Malvasia (vedi QUI) e dei Carnascialia.

Francesco Giannattasio
La scaletta del concerto riproduce in parte quella già presentata al Folkstudio, con qualche variante. Da notare come Brega e Giannattasio si appoggino poco al repertorio consolidato del CdL, preferendo coraggiosamente proporre brani allora inediti ("Tuscolana" lo resterà per ben 26 anni).
Se qualcuno riesce a dare un titolo ai cinque strumentali (ammesso che ne abbiano uno), ben venga.

Per quanto riguarda la qualità sonora, non vi fate spaventare dai primi tre brani che, come ci ammoniva Alifib, denunciano alcune oscillazioni di volume: per il resto l’ascolto, per quanto sia una registrazione presa dal pubblico, è in gran parte piacevole. 

Buon ascolto a tutti, e ancora grazie all’amico Alifib per aver condiviso con noi il nastro e i suoi ricordi.





venerdì 20 marzo 2020

Suonofficina - 1984 - Iandimironnai (vinyl)


TRACKLIST:

Lato A
01. Iandimironnai   18:14

Lato B
01. S'abba De Su Nie   4:08
02. Li To' Labbri   2:40
03. Dugu Dugu   5:34
04. Gobbula   3:27
05. Estrella Del Sur   5:24


FORMAZIONE

Mauro Palmas - chitarra, mandolino, voce, launeddas
Roberto Palmas - chitarra
Alberto Susnik - chitarra, voce
Elena Ledda - voce
Giovanni Piga - basso
Eugenio Luglie - flauto
Alberto Cabiddu - percussioni, voce

Mauro Palmas
PREMESSA
In  questi giorni drammatici si riscoprono valori di cui ci eravamo in parte dimenticati. Anche la musica fa la sua parte. Il ritrovarsi sui balconi a cantare le canzoni più amate, le radio che all'unisono trasmettono i classici della musica leggera italiana sono solo un esempio di come la nostra cultura, la voglia di sentirsi uniti trovi una perfetta sintesi nella musica e nella canzone. In questi giorno sono stato posto in quarantena cautelativa per essere stato a contatto, in ambito lavorativo, con soggetti positivi al coronavirus. E quindi, in questo riposo forzato, sto riscoprendo piccoli piaceri e attività da anni dimenticati e trascurati: oltre alla lettura (appuntamento quotidiano), sto riscoprendo vinili, CD e vecchie registrazioni su cassetta ancora da digitalizzare. Tanto materiale, "tanta roba", come si dice, che prima o poi riuscirò a condividere con voi, Almeno lo spero.
Scusatemi per questa premessa, forse non dovuta, ma comunque sentita.
Proprio per le ragioni di cui sopra, cosa c'è di meglio se non unirci intorno ad un buon vecchio disco di musica italiana, registrato ben 36 anni fa, ma ancora fresco e attuale come non mai?
La vicenda dei Suonofficina, i protagonisti di questo post, riprende dal punto in cui l'avevamo lasciata, in quei giorni del 2013 quando presentammo "Pingiada", l'opera prima pubblicata nel 1979 (qui).

Roberto Palmas
Rispetto al primo album la formazione guidata da Mauro e Roberto Palmas è arricchita dalla presenza della cantante Elena Ledda, una istituzione nell'ambito della musica folk (anche se il termine è riduttivi). Vorrei spendere qualche riga su di lei. Elena Ledda, nata alla periferia di Cagliari nel 1959, ha alle spalle un percorso di studi in oboe e canto presso il locale conservatorio. La scelta artistica ha però privilegiato la musica folk, arricchita di ricerca e sperimentazione. Nel 1979 inizia una stretta collaborazione artistica con Mauro Palmas, che sarà una presenza fondamentale per la sua carriera: con lui lavorerà nei Suonofficina, band nella quale sperimenterà un'evoluzione della musica sarda che in futuro la porterà dentro l'ambito della cosiddetta world music. 
"In un certo senso le elaborazioni musicali del canto sardo, fatte da Elena Ledda e Mauro Palmas, pare che derivino, oltre che dalla tradizione, dall'esperienza delle Folk Songs (1964) che Luciano Berio scrisse per Cathy Berberian, nel quale elaborò canti popolari provenienti da differenti paesi. Fra questi vi era un canto sardo "Motettu de tristura", eseguito dalla mezzosoprano con grande maestria, in cui si apprezzavano un particolare utilizzo della voce e degli arrangiamenti che molto probabilmente influenzarono le esperienze del cross over nella musica folk dei decenni successivi". (fonte Wikipedia)
Elena Ledda, oltre alla collaborazione con i Suonofficina e alla sua produzione solista, 
continua la sua ansia di ricerca colta collaborando con artisti del calibro di Andreas Vollenweider. In questo stesso periodo i Suonofficina evolvono nei Sonos, un progetto di gruppo aperto con la finalità di sperimentazione della musica etnica sulla base del patrimonio tradizionale della Sardegna.


Negli anni novanta la carriera di Elena prosegue con la pubblicazione di "Incanti" (1993) mentre continua un'attività dal vivo che la porterà ad esibirsi in tutto il mondo. All'inizio del nuovo millennio la cantante raggiunge un notevole apprezzamento da parte della critica. Il suo ultimo album risale a tre anni fa. Faremo sicuramente una incursione nella discografia solista di Elena Ledda. Ne vale veramente la pena. Vi rimando alla pagina in cui presentammo, tempo fa, Elena Ledda al fianco di Andrea Parodi (qui)
Il suo apporto nell'album "Iandimirannai" è fondamentale. Brilla la omonima suite che occupa l'intero lato A, densa di sperimentazioni, di sapori e profumi mediterranei, di repentini cambiamenti di ritmi e di sonorità, Vera e propria pietra miliare per lo sviluppo futuro della musica etnica. La seconda facciata si compone di 5 brani, molto suggestivi, con suoni acustici e percussioni che si amalgamano con la splendida voce di Elena. 
Un capolavoro. Da ascoltare con grande attenzione per coglierne tutte le sfumature.
L'album, proveniente dai miei scaffali, e quindi rippato appositamente per essere condiviso sulla Stratosfera, non è mai stato ristampato. Nel 1987 ne venne pubblicata una versione per il mercato tedesco (fonte Discogs) per l'etichetta Biber Records col titolo "Musik Aus Sardinien". Sempre a beneficio di noi perfezionisti, l'intero disco venne pubblicato nel 1984 nel boxset di 3 LP intitolato "Sardegna ieri e domani", in condivisione con Luigi Lai ed Elena Ledda. 
Di seguito le copertine.
Buon ascolto





Post by George

martedì 17 marzo 2020

Serie "Doppelganger" n. 20 - Claudio Rocchi, Paolo Tofani & Friends - 1980 - Ras Mandal Reggae (italian version) & Dasanudasa (english version) (vinyl)


Mi fa piacere ritornare periodicamente su un grande musicista e compositore come Claudio Rocchi. L'occasione è anche quella di riesumare la gloriosa serie "Doppelganger" caratterizzata dalla proposta dello stesso album in versioni differenti, solitamente una per il mercato italiano, l'altra per quello estero. Il disco in questione, che sicuramente molti di voi avranno nella loro collezione di vinili, si intitola "Ras Mandal Reggae", ed è solitamente attribuito a Claudio Rocchi (vedi la sua discografia) anche se in realtà si tratta del frutto della collaborazione tra numerosi musicisti, in primis l'ex chitarrista egli Area, Paolo Tofani. Non è nemmeno chiaro se "Ras Mandal Reggae" sia il nome dell'estemporaneo gruppo o il titolo dell'album. Ma questi sono dettagli. 
Nel 1980 la premiata coppia Rocchi-Tofani aveva già realizzato un ottimo album intitolato "Un gusto superiore" (vedi post sulla Stratosfera qui). Il loro sodalizio, agli inizi degli anni '80, nacque anche per motivi "spirituali": entrambi abbracciarono la filosofia orientale e la confessione religiosa indiana, Rocchi, in particolare, si recò spesso nel West Bengala. In Italia creò per il movimento degli Hare Krishna il network radiofonico RKC (Radio Kishna Centrale). Sempre nel 1980 Rocchi e Tofani, accompagnati da un gruppo di amici musicisti, tra cui Beppe Sciuto, Mauro Spina, Alberto Crescitelli e Kevin Douglas, si ritirarono negli Stone Castle Studios di Carimate, per registrare questi due album. Ma andiamo per ordine.

Ras Mandal Reggae (versione per il mercato italiano)


TRACKLIST:

Lato A
01. Caro signore
02. Karma
03. Il tempo che viviamo

Lato B
01. La società vile
02. L'inganno
03. Nrisimha Pranama (vocals – Srila Bhagavan Gosvami)


FORMAZIONE

Claudio Rocchi - voce
Paolo Tofani - chitarra
Alberto Crescitelli - tastiere
Antonio Gualtieri - Harmonium, Synth
Kevin Douglas - basso 
Beppe Sciuto - batteria
Roberto Amyot - flauto
Mauro Spina - timbales
Eloisa Francia, Paola Orlandi - cori


Prodotto dagli stessi Claudio Rocchi e Paolo Tofani, il disco, mai ristampato in CD, venne pubblicato dall'etichetta Iskon (acronimo per International Society for Krishna Consciousness), la stessa dell'album "Un gusto superiore". L'imprinting di Claudio Rocchi è dominante in questa strana miscela di suoni reggae e melodie indiane. L'ultimo brano, Nrisimha Pranama, è cantato da Srila Bhagavan Gosvami. Le sei tracce sono assolutamente gradevoli e ci restituiscono un Claudio Rocchi decisamente ispirato. Una recensione del disco (che mi trova solo parzialmente d'accordo) la troverete cliccando qui

Ras Mandal Reggae - Dasanudasa
 (versione per il mercato europeo)


TRACKLIST:

01. Doctor Of The Soul
02. Come And Join The Congregation
03. The Vile Society
04. Whenever And Wherever
05. Who Do You Turn To
06. No Place Like Home


Non riporto la formazione essendo la stessa che ha registrato la versione italiana. Nella versione per il mercato francese, belga e per il resto d'Europa, il disco venne intitolato "Dasanudasa". Anche in questo caso fu stampato solo in vinile e nella versione musicassetta e mai ristampato in CD.
A differenza delle classiche versioni inglesi "Dasanudasa" presenta delle differenze notevole, Le versioni sono differenti, manca il brano di chiusura, ne viene inserito uno nuovo, la tracklist è differente. Insomma un Ras Mandal Reggae nuovo di zecca. Ascoltate e giudicate
Buon ascolto



Post by George

domenica 15 marzo 2020

Serie "Historic prog bands live in Italy" - Capitolo 66 - Beggar's Opera - Nautilus Club, Cardano al Campo (VA), 4 maggio e 19 ottobre 1972


TRACKLIST CD 1:

Nautilus Club, Cardano al Campo (VA), 4 maggio 1972 - Part 1
1. Festival (from “Waters Of Change” – 1971)
2. Time Machine (from "Waters Of Change" - 1971)
3. Hobo (from “Pathfinder” – 1972)
4. MacArthur Park (from "Pathfinder" - 1972)
5. Poet And Peasant (from “Act One” – 1970)
6. Yes I Need Someone (allora inedito)


TRACKLIST CD 2:

Nautilus Club, Cardano al Campo (VA), 4 maggio 1972 - Part 2
1. Raymond's Road (from “Act One” – 1970) 
2. Oh Well (Fleetwood Mac cover)

Nautilus Club, Cardano al Campo (VA), 19 ottobre 1972
3. Oh Well medley 
4. London Town (inedito) - suonato solo in questa occasione
5. Gimme Some Lovin’ (Spencer Davis Group cover) - suonato solo in questa occasione
6. Long Tall Sally medley (Little Richard cover) - suonato solo in questa occasione
7. The Witch (from “Pathfinder” – 1972)


LINE UP

Martin Griffiths - vocals (nel concerto del 4 maggio)
Linnie Patterson -vocals (nel concerto del 19 ottobre)
Ricky Gardener - guitar 
Alan Park - keyboards 
Gordon Sellar - bass 
Raymond Wilson – drums


PREMESSA - IL COVID-19 CI PERSEGUITA

Sono giorni difficili, come ben sappiamo, in cui siamo invitati a restare a casa quanto più possibile. Questo "ritiro forzato" ci ha però dato l'opportunità di riscoprire molte attività forse un po' trascurate in tempi normali, dalla lettura di buoni libri, ai giochi di società, dall'uso più oculato dei social alla navigazione sul web, Ed è proprio in quest'ultimo caso che entra in gioco, nel suo piccolo, il nostro blog. "Verso la Stratosfera", magnifica creatura del Capitano Roby, che nel corso degli anni ha raccolto una piccola schiera di collaboratori quanto mai tenaci, si propone come validissima alternativa (lo dico con una punta di orgoglio) alle letture o ad altre attività domestiche. Gli appassionati di buona musica sono invitati a riscoprire qualche vecchia pagina (sperando che i link siano ancora attivi) così come sarà interessante seguire le nostre nuove proposte. Io non sono tra quelli chiamati a restare a casa (lavoro in sanità e quindi sono in prima linea), ma cercherà comunque, come ho sempre fatto in questi anni, di arricchire queste pagine con nuove proposte.  Ne approfitto per salutare e ringraziare tutti i collaboratori del blog e i numerosi amici che ci seguono fedelmente da anni. Se avete qualche contributo, sarà come sempre il benvenuto.

ANDRA' TUTTO BENE
Il vostro amico George


Domenica uggiosa, cielo grigio. Si resta in casa. In Valle d'Aosta nei prossimi giorni è previsto il picco di Covid-19. Uscire è un grosso rischio. Ne approfitto per dare fondo agli archivi dei concerti live. Ritrovo con gioia un concerto italiano dei Beggar's Opera, un gruppo storico del progressive britannico, a torto catalogato tra quelli "minori". I Beggar's Opera furono una sorta di meteora, ma lasciarono alcune tracce indimenticabili. Amato da tutti gli appassionati di progressive, il gruppo merita alcune citazioni (anche se, come in questo caso, non troppo esaltanti). Traggo le informazioni dal volume di Cesare Rizzi "Progressive & Underground in Gran Bretagna e Europa 1967-1976" (edizione Giunti,  2003).


"Ispirati nella scelta del nome dall'opera del poeta inglese John Gay (1728) gli scozzesi Beggar's Opera vivono un breve momento di gioia progressiva (in Europa più che in patria) con uno stile pop sinfonico di poca fantasia (ndr non sono d'accordo) e molto mestiere. Il primo album, "Act One" (Vertigo, 1970), contiene un po' di tutto: molto organo, riff già sentiti, presi a prestito qua e là (ai Nice, per esempio), scale e progressioni a gogò, ritmi a tratti forsennati e i consueti tentativi di combinare con disinvoltura pop sinfonico e atmosfere barocche, tra pretenziosità e parodia. Nel 1971 il gruppo cambia bassista (Gordon Sellar) e con la pubblicazione di "Waters Of Change" concede più spazio alla tastierista Virginia Scott. Suoni e ispirazione vengono migliorati. Il disco, decisamente più omogeneo rispetto a quello precedente, si snoda attraverso i brani più noti del loro repertorio (Time Machine, Festival, Silver Peacock). Accantonate le ingenuità e le pretenziosità di "Act One" nonché gli eccessi di rivisitazioni di arie famose (Raymond's Road in particolare), il gruppo recupera qualcosa della tradizione musicale inglese e riesce a dare forma più adeguata all'eccellente tecnica strumentale. Rimane la poca espressività delle parti vocali, che quasi sempre mal si adattano al contesto strumentale, ma certi fraseggi (Festival, ad esempio) ricordano le melodie festaiole mediterranee della PFM (E' festa) e forse anche per questo l'album venne ben accolto in Italia.


Nel 1972, senza più Virginia Scott, il gruppo perde presto coesione e ispirazione compositiva ed è così costretto a recuperare le arie leggere del passato, rispolverando gli eccessi di pop barocco e disimpegnandosi abilmente tra ritmi danzerecci, romanticismo e calda melodia. Si distingue la versione prog jazz di MacArthur Park, un classici di Jimmy Webb".


Conclusa questa brillante trilogia, gli album che seguono saranno deludenti e superflui e quindi non degni di menzione. Ricordo solo che dopo "Get Your Dog Off Me" del 1973, i Beggar's Opera si trasferirono in Germania per registrare ulteriori due album per poi sciogliersi definitivamente sul finire del 1976. Ritroveremo l'anno successivo il grande chitarrista Ricky Gardener a dare manforte a David Bowie e a Iggy Pop (è sua la chitarra in "Lust For Life, "TV Eye" e "Low").


E fu così che i Beggar's Opera giunsero anche in Italia nel lontano 1972 per tenere tre concerti:  il primo (2 maggio) al Piper Club di Roma (purtroppo non è documentato), gli altri due al Nautilus di Cardano al Campo, in provincia di Varese. Uno è datato 4 maggio, l'altro 19 ottobre, Incredibile come il Nautilus avesse allora  il potere di ospitare nei primi anni '70 (prima delle grandi contestazioni)  numerose e importanti band inglesi. Interessante è anche il fatto che i Beggar's Opera abbiano suonato per due volte nello stessa location a distanza di cinque mesi.
Prima delle date italiane i Beggar's aveva suonato in Germania per poi continuare il tour in Gran Bretagna. Poche le informazioni su questi concerti italiani. La qualità del suono è discreta. Le due performance sono raccolte in 2 CD. Data la brevità, ritengo ragionevolmente che la registrazione del 19 ottobre sia incompleta.


A fianco dei brani inclusi nella tracklist ho indicato il disco di provenienza. Devo dire che la quintessenza del concerto del 4 maggio è racchiusa in due brani: la lunga cavalcata della durata di oltre 20 minuti dal titolo "Yes I Need Someone", brano allora inedito, poi incluso in "Lifeline" del 1980 e "Raymond's Road" dal primo lavoro "Act One" (13 minuti di celebri arie classiche) di forte ispirazione Nice. Ascoltatelo e mi direte. Molto bella la cover di Oh Well dei Fleetwood Mac posta a chiusura del primo concerto e in apertura del secondo. Altre chicche racchiuse in questi due concerti italiani sono "London Town", Gimme Some Lovin' e Long Tall Sally che, da quanto mi risulta, vennero suonate solo in questa circostanza.
Che altro dire, se non augurarvi il consueto buon ascolto.


LINK 

Post By George


sabato 14 marzo 2020

AA.VV.- 1979- I GIORNI CANTATI (vynil)


TRACKLIST:

1 Giancarlo Schiaffini- Tema di Marco
2  Paolo Pietrangeli, Ivan Della Mea, P.e.A.Ciarchi, Anna Nogara- O Gorizia
3 – Roberto Benigni e Mariangela Melato- Du bist die ruhe
4 - Paolo Pietrangeli- Vale la pena
5 Francesco Guccini- Eskimo
6 Paolo Pietrangeli, Ivan Della Mea, P.e.A.Ciarchi, Anna Nogara- Contessa
7 Pasquale Malinconico- Nanninella bucatora
8 Giovanna Marini – Ora è venuta l’ora
9- Ivan Della Mea, P.e.A.Ciarchi- Sent on po', Gioan te se recordet 
10- Paolo Pietrangeli- Manicomio criminale

Questo disco viene da un altrove che non è solo delimitato dall’anno di stampa. La storia cui attinge, e che in parte racconta, è ben più lontana: viene dai profondi anni ’60, da quando figure cardine come quelle di Gianni Bosio, Roberto Leydi, Franco Coggiola, Michele L.Straniero, Cesare Bermani ed altri cominciano a recuperare, catalogare e studiare il canto popolare, a farlo uscire dal folklorismo paesano e a concepirlo come cultura “altra”, alternativa e quella “alta”, ma anche in dialettico (e spesso non facile) rapporto con quella cultura di sinistra in cui quegli insigni studiosi si riconoscevano. Nacquero così le Edizioni Avanti (poi Edizioni del Gallo), il Nuovo Canzoniere Italiano, l'Istituto Ernesto de Martino, l’etichetta de I Dischi del Sole, spettacoli epocali come “Bella ciao”, o “Ci ragiono e canto”, e tante altre iniziative che contribuirono a seminare il Sessantotto e a caratterizzare gli anni successivi.



E’ proprio in quel grande calderone che muove i suoi primi passi Paolo Pietrangeli, esponente di punta della canzone di protesta del turbolento decennio ’68-‘78, il quale attraversa quegli anni con canzoni in cui politico e personale si amalgamano in una scrittura di indubbia efficacia, per poi inerpicarsi su moduli musicali via via sempre più coraggiosi.
Pietrangeli, segni particolari occhialone, barbone e vocione, ben presto porta avanti in parallelo la sua passione per il cinema ereditata dal padre Antonio, noto regista (un titolo per tutti: “Io la conoscevo bene”). Dopo il necessario apprendistato, arriva alle sue prime produzioni: un documentario politico come “Bianco e nero” (’74), e poi due film veri e propri: “Porci con le ali”, tratto dall’omonimo libro-scandalo di Lidia Ravera e Marco Lombardi Radice, e nel 1979 questo “I giorni cantati” (lavoro invero non eccelso, e siamo buoni) con il quale partecipa alla Biennale di Venezia e in cui chiama a raccolta come interpreti nel ruolo di se stessi molti dei colleghi musicisti (Giovanna Marini, Francesco Guccini, Ivan Della Mea, Alberto e Paolo Ciarchi, Anna Nogara) con cui aveva attraversato, tra lotte, canti e impegno, quegli “anni affollati” (per dirla con Gaber). Sul versante prettamente attoriale, oltre a Pietrangeli troviamo figure di un certo spicco come Mariangela Melato e, in un piccolo ruolo, Roberto Benigni. 



Ma veniamo al disco: la colonna sonora è parte integrale del film generazionale che racconta le vicende di Marco (alter ego palese dello stesso Pietrangeli, che lo impersona), cantautore famoso ai tempi del ’68 che, dopo un tentato suicidio, cerca di riprendersi riavvicinandosi confusamente agli altri colleghi cantautori e al mondo politico dell’epoca, anche se poi si avvita in una tresca con la moglie di un compagno etnomusicologo impersonato da Luciano Della Mea. Il tutto è raccontato con stile simil-morettiano, senza peraltro avvicinarsi minimamente al modello.

Solo parte della colonna sonora troverà posto nel disco omonimo che accompagnò l’uscita del film e che non è mai stato riedito in CD, né in altra forma (il film è stato però pubblicato in DVD). Per questo, forse, il nostro ripescaggio incuriosirà chi bazzica quella zona di mezzo tra musica “politica” (perdonateci il termine assai vago) e canzone d’autore. I motivi di interesse stanno nel fatto che diversi brani sono presenti in versioni inedite, e non saranno ripresi, se non in poche occasioni, nella discografia dei rispettivi autori. 



Andiamo con ordine: 
le celebri “O Gorizia” (la pietra dello scandalo al Festival dei Due Mondi di Spoleto del ’64) e “Contessa” (l'inno dello stesso Pietrangeli che accompagnò le lotte degli studenti sessantottini, anche se in realtà era stata scritta due anni prima durante un’occupazione) sono qua interpretate in una versione inedita dalla voce solista di Anna Nogara accompagnata da Pietrangeli, Della Mea e i due fratelli Ciarchi.

La schubertiana “Due bist die rue” (con “e” finale di troppo) che vede all’opera un improbabile Benigni con la Melato (che canta apposta male per esigenze di copione) è presa direttamente dal film ed è del tutto inedita.

“Vale la pena” (nuovo nome assunto da “Era sui quarant’anni”) è in veste diversa da quella in studio incisa da Pietrangeli in “Mio caro padrone domani ti sparo” del ’70.

 “Sent un po’ Giuan te se recordet”, una delle molte canzoni che Ivan Della Mea dedicò a Gianni Bosio (prima in vita, poi in morte), suo maestro e padre putativo, è in versione diversa da quella apparsa sul suo primo LP “Io so che un giorno” (1966).



Anche la gucciniana “Eskimo” compare in un’altra incisione (a quanto sappiamo mai più ripresa) rispetto a quella che possiamo ascoltare su “Amerigo”, uscito  appena l’anno prima, con un arrangiamento più presente grazie al progressivo incedere del basso suonato slap e della batteria. Si tratta probabilmente di un alternative track. Da notare che Guccini nel film appare in alcuni camei, nel primo dei quali canta “Incontro” per strada, sostanzialmente ignorato dai protagonisti, a segnare lo stacco tra la vecchia generazione di cantori e i nuovi cantautori idoli dei giovani. 


Anche il successivo incontro alla stazione si risolve in pochi saluti formali e molto non detto. Infine Marco/Pietrangeli abbandona i vecchi compagni, impegnati  a riproporre il vecchio repertorio in un polveroso teatro, per andare al Palasport dove Guccini canta per una marea di ragazzi, e implorarlo di fargli fare una canzone (straordinario il sorriso beffardo che gli fa il Guccio mentre canta per dirgli che non se ne parla neanche).

  
Significativa in tal senso è la scena comica in cui Marco/Pietrangeli sbraita contro i giovani che gli abitano vicino, e che, per inciso, hanno appeso alle pareti il poster di Dalla, con i quali poi cercherà un confuso rapporto, che si incaglia nell’incomunicabilità intergenerazionale.

“Ora è venuta l’ora” di Giovanna Marini (che in realtà è collegata anche a “Ragazzo gentile”, non citata nei credits) è invece presentata nella meravigliosa versione già apparsa in “I treni per Reggio Calabria” del 1976.


“Tema di Marco”, lo strumentale che apre il brano, è composto da Paolo Pietrangeli ed è eseguito da Giancarlo Schiaffini, jazzista di area sperimentale (basti pensare alla sua militanza nel pioneristico Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza), e anche questo è un inedito assoluto che compare solo qua.

 “Manicomio criminale”, il bel pezzo dello stesso Pietrangeli che invece chiude l’album, uscirà solo nel 1989, come bonus track della versione in CD di “Cascami”.

Resta però un mistero: chi sarà mai quel Pasquale Malinconico che esegue, per solo voce, un suggestivo brano disteso, dal forte sapore popolare, in realtà accreditato allo stesso Malinconico? In rete non ci sono informazioni, se non l’attestazione della partecipazione a questo film. Chi avesse notizie su questo cantante (di posta?), si faccia avanti.


Ora, dicevamo, il film (in cui  compaiono in realtà anche frammenti di altre canzoni, non riportate nell’album) non è certo un capolavoro: “terribile, ma prezioso” lo definisce giustamente Alessio Lega nel suo notevolissimo “La nave dei folli” (Agenzia X, 2019), monografia dedicata a Ivan Della Mea che finisce inevitabilmente per tratteggiare tutto quel mondo musicale e al contempo sociale, politico, ma anche umano, con le sue glorie e le sue meschinità, una generazione che dopo tante speranze, tanto lavoro, tante lotte, si ritrova a fine anni ’70 tagliata fuori dall’immane riflusso, incapace di comunicare alcunché di significativo, come dimostra la scena finale con Marco/Pietrangeli che di nuovo sale sul tettino della sua auto (come all’inizio, quando aveva tentato il suicidio), bloccando il traffico dell’autostrada cantando numeri, e nulla più.


lunedì 9 marzo 2020

Mario Lavezzi - 1976 - Iaia (vinyl)


TRACKLIST:

01. Lato A
a. Le tue ali
b. Indocina
c. Un discorso
d. C'è chi si fida
e. Nirvana

02. Lato B
a. Iaia
b. Serenade
c. Nell'aria
d. Butta via
e. Eltarte



Bonus Tracks

03. Ieri (Yesterday) - I Trappers (45 giri, lato A, 1965)
04. Lui non ha (Louie, Louie) - I Trappers (45 giri, lato B, 1965)


MUSICISTI

Mario Lavezzi - voce, chitarra, tastiere, mandolino
Bob Callero - chitarra, basso
Gianni Dall'Aglio - batteria
Maurizio Preti - percussioni
Vince Tempera - tastiere, orchestrazione


"Iaia" è il primo disco solista di Mario Lavezzi, uomo e musicista con una storia lunga e invidiabile alle spalle. L'album venne pubblicato nel 1976 dalla CGD. In seguito verrà ristampato in CD per il mercato italiano nel 1989 sempre dalla CGD e per il mercato giapponese nel 2005 dall'etichetta Arcangelo.
Per ripercorrere la carriera artistica di Lavezzi occorrerebbero molte pagine, per cui mi limiterò a presentarvi un sunto. Nato a Milano nel 1948, fin da giovanissimo manifestò una intensa passione per la chitarra. Nel 1963, a soli 15 anni, creò con alcuni amici del quartiere un gruppo musicale chiamato "I Trappers" di cui facevano parte, oltre allo stesso Lavezzi (voce e chitarra), Tonino Cripezzi (pianoforte e voce) che nel 1965 entrò a far parte dei Camaleonti, Bruno Longhi (basso e voce, oggi noto cronista sportivo), Mimmo Seccia (chitarra e voce) che nel 1966 fece parte insieme a Gianfranco Longo (batteria) dei Ragazzi della via Gluck. Nella formazione dei Trappers, nel corso del 1965, per una breve parentesi arrivò anche Teo Teocoli in veste di cantante solista. Insomma, una fucina di artisti niente male. Il gruppo riuscì anche ad incidere un singolo dal titolo "Ieri", versione italiana di "Yesterday" dei Beatles. Il lato B conteneva invece "Lui non ha", altra versione in italiano di un successo di Richard Berry e dei Kingsmen, ovvero "Louie, Louie". I due brani sono presenti tra le bonus track.

Una rara foto dei Trappers
Nell'estate del 1966 I Trappers si sciolsero e Mario Lavezzi venne cooptato nei Camaleonti sostituendo Riky Maiocchi, cantante e front man del gruppo. Dopo l'uscita dai Camaleonti avvenuta nel 1967, l'anno successivo incontrò la celebre coppia Mogol-Battisti, avviando la sua nuova attività di compositore (la musica de "Il primo giorno di primavera" dei Dik Dik fu opera di Lavezzi). Il desiderio di creare un gruppo tutto suo si concretizzò nel 1972 con l'avventura "Flora Fauna e Cemento". Fu una meteora che si concluse da lì a due anni dopo. Casualmente anche la Formula 3 si sciolse nello stesso anno. Le strade di Alberto Radius e di Mario Lavezzi si incontrarono. Insieme a Gabriele Lorenzi, Vince Tempera, Bob Callero  e Gianni Dall'Aglio diedero vita alla grande avventura progressive de "Il Volo". Due album, nel 1974  e 1975, poi lo scioglimento e l'inizio della avventura solista. "Iaia" potrebbe essere interpretato come un' estensione  della discografia de Il Volo, in chiave più commerciale, anche grazie alla presenza in studio di musicisti provenienti proprio da questa esperienza (Tempera, Callesi, Dall'Aglio).

Vince Tempera, Loredana Berté e Mario Lavezzi
Durante questo periodo Lavezzi si dedicò alla composizione di numerosi brani e dopo il trionfo ottenuto con "Vita", interpretata da Lucio Dalla e Gianni Morandi, e "Varietà" cantata da quest'ultimo (entrambe sue creature), sentì l'esigenza di registrare un disco in cui raccogliere gli interventi di tutti quegli artisti con cui aveva collaborato. Nacque così il progetto "Voci", il primo di una serie di tre album realizzati con il medesimo concetto.
E qui ci fermiamo. Il seguito sarà all'insegna di grandi successi che esulano però dal nostro interesse. Mi sento di salvare ancora "Filobus", risalente al 1978. Magari lo possiamo programmare per il futuro. Per il momento vi auguro buon ascolto.


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Post by George