giovedì 6 giugno 2024

Serie "Historic Prog Bands Live in Italy" - Capitolo 88 - Yes live in Padova, Gran Teatro Geox, 08.05.2024 (a great gift by Albe)

THE CLASSIC TALES OF YES TOUR 2024

Questa volta il nostro amico e collaboratore Albe (nonché presenza costante nei commenti) ha fatto un vero colpaccio: mi ha inviato i file con la registrazione audio dell'intero concerto degli Yes al Teatro Geox di Padova + 2 video. Insomma, tenuto conto che lo show risale all'8 maggio scorso si tratta veramente di una chicca da condividere con tutti gli amici della Stratosfera e gli amanti del grande prog britannico. Vero è che gli Yes "storici" sono oramai limitati al solo Steve Howe che, con le sue 77 primavere, non dà segni di cedimento. Naturalmente non nego di avere un filo di invidia per Albe che ha assistito a questo grandioso concerto. Per chi come me non era presente, così come nelle altre tappe del mini tour italiano (5 maggio a Roma, 6 maggio a Milano e 8 maggio, per l'appunto, a Padova) dovrà accontentarsi, si fa per dire, della registrazione audio. Ed ora veniamo alla tracklist.

Yes live in Padova, Gran Teatro Geox, 08.05.2024


TRACKLIST CD 1

01. Machine Messiah
02. It Will Be a Good Day (The River)
03. Going for the One
04. I’ve Seen All Good People
05. America (Simon & Garfunkel cover)
06. Time and a Word
07. Don’t Kill the Whale
08. Turn of the Century

TRACKLIST CD 2

09. South Side of the Sky
10. Cut From the Stars
11. The Revealing Science of God (Dance of the Dawn) / The Remembering (High the Memory) / The Ancient (Giants Under the Sun) / Ritual (Nous sommes du soleil)
12. Roundabout
13. Starship Trooper

VIDEO:

01. Roundabout
02. Steve Howe guitar solo


FORMAZIONE:

Steve Howe - electric and acoustic guitars
Geoff Downes - keyboards, vocals
Jon Davisob - lead vocals
Billy Sherwood - bass
Jay Schellen - drums


‘The Classic Tales Of Yes Tour’ ha visto lo storico gruppo presentare dal vivo molti dei suoi iconici brani tratti dall’influente e pionieristico catalogo dei membri della Rock and Roll Hall of Fame, un repertorio che copre oltre 50 anni di storia della musica, oltre ai brani dell’ultimo acclamato album, ‘Mirror Of The Sky’, pubblicato lo scorso maggio. L’artista Roger Dean si è unito al tour con una mostra d’arte correlata (non so se la mostra era in visione anche a Padova). Dean ha venduto in tutto il mondo più di cento milioni di copie delle sue magistrali opere d’arte, che raffigurano suggestivi paesaggi ultraterreni. Una di queste appare proprio sulla copertina del recente album della band. In occasione del tour 2024 Steve Howe, il cui sodalizio con gli YES è iniziato nel 1971 con la pubblicazione di "The Yes Album"  (prima di lui c'era Tony Banks), insieme a Geoff Downes, membro della formazione dell’era ‘Drama’ del 1980, sono affiancati da Jon Davison, voce principale degli YES da oltre un decennio (praticamente un clone di Jon Andreson). Completano la formazione Billy Sherwood al basso – scelto dal bassista originale Chris Squire – e Jay Schellen, – che ha lavorato a stretto contatto con lo scomparso Alan White – alla batteria.


Giornali, siti web e blog hanno dato ampio spazio a questa serie di concerti italiani, peraltro molto attesi dai fan. Prova ne è che sono stati tutti sold out. Vi riporto alcune parti della recensione del concerto di Padova così come l'ho trovata sul sito "Rock Nation" il 14 maggio scorso. Ringrazio e mi complimento con l'autore, Luca Cremonesi. Alcune foto me le ha inviate Albe, altre sono state scattate da Michele Arduini. la recensione completa la potrete leggere qui.


"Se ci fosse la possibilità di certificare i gruppi musicali con un bollino di qualità, come accade per i cibi pregiati, gli YES meriterebbero, senza dubbio alcuno, quello del Prog, in quanto sono una band a Denominazione di Origine Garantita e Controllata. Una vera DOGC insomma. A confermare quanto si va dicendo, c’è l’ulteriore alta qualità musicale della data di Padova al Gran Teatro Geox di mercoledì 8 maggio. Un plauso a chi ha deciso di portare questo tour anche nel nostro Paese, dove esperienze musicali particolari, soprattutto live, sono sempre più rare. Quello di Padova, nel dettaglio, è stato un concerto atteso fin troppo, dato che le contingenze che l’hanno funestato sono state tante: la pandemia prima, poi alcune tristi vicissitudini della band. Un live che era stato programmato quattro anni fa, e che l’8 di maggio si è finalmente svolto.


Venendo al concerto, si è trattato dell’ennesima piacevole conferma che gli YES portano avanti, con orgoglio e tenacia, la loro storia intrisa di suoni che oggi sembrano davvero lontani anni luce. Il Prog, infatti, appare sempre più una musica da epoca antica. Non solo per il pubblico che segue, dove non è presente un giovane sotto i 30 anni neppure a pagarlo; ma anche per la filosofia che si trova a sorreggere questo mondo sonoro. Al senso e significato di un’esperienza musicale che richiede pazienza e ascolto, si aggiunge la naturale complessità dei suoni che ne caratterizzano il mood. Quella degli YES è una band dal passato glorioso, che in parte viene ripercorso in questo concerto, con l’esecuzione di brani presi da alcuni degli album più significativi della loro lunga produzione, ma da sempre considerata di nicchia, quanto meno nel Bel Paese. 


Il concerto di Padova, fedele riproposizione di quanto messo in scena nelle altre date italiane, è stato composto da una scaletta di 13 brani, tutti della durata, in media, di 8/9 minuti. Delle vere e proprie galoppate con tastiere, giri infiniti di batteria, e lunghi soli di chitarra, suonati da una vera icona della musica contemporanea, e cioè Steve Howe. Il Nostro ha 77 anni compiuti. È magro come un chiodo, con il fisico di una persona anziana, tanto che se lo si vedesse a un semaforo, intento ad attraversare la strada, ci si attiverebbe per aiutarlo. E invece…E invece Howe suona per oltre due ore, senza l’aiuto di nessun altro chitarrista. Sorregge, da solo, tutto lo show, sia come presenza scenica, sia come ossatura dei brani proposti, cambiando almeno due chitarre all’interno di ogni singola esecuzione, senza scordare un passaggio con la Steel. Il tutto con un semplice aiuto solo per indossare le varie chitarre, più per rispetto dovuto che per vera esigenza generata da reali difficoltà, da un fedele tecnico che lo segue come un’ombra, e che conosce a memoria ogni suo movimento. Vederli lavorare così coordinati e in simbiosi, è quasi commovente.


Il concerto è uno show ben calibrato, nel quale trovano spazio pezzi presi da album di epoche diverse. I grandi classici, e cioè “Fragile” e “The Yes Album”, sono presenti con due pezzi a testa. In particolar modo la chiusura, affidata a “Roundabout” (da “Fragile”) e “Starship Trooper” (da “The Yes Album”), che strappano applausi a un pubblico composto, mai sopra le righe – se non per qualche ultras da stadio che fischia come se non ci fosse un domani, assordando chi si trova davanti. In sala c’era un pubblico preparato, colto e attento, formato da amanti ed estimatori della band, che accetta, quasi in modo rigoroso, di non usare troppo il cellulare, come richiesto all’inizio dello show. 


Il resto del concerto, come si diceva, è una bella perfezione, costruita e messa in scena da una band fatta di componenti che, a vario titolo, e in varie epoche, sono entrati a far parte del gruppo, ne hanno sposato a pieno filosofia e mondo sonoro. a prima parte dello show è più melodica, con tendenze marcate al Prog Rock, con alcune concessioni alle ballad, genere che spinge Howe a sfoderare anche chitarre spagnole. 
Quando accorda quella chitarra, e suona tutte le corde insieme, inevitabilmente si sente il tocco che ha caratterizzato la parte centrale di “Innuendo” dei Queen. “Going for the One” e “I’ve Seen All Good People” sono puro divertimento sia per chi ascolta, sia per il chitarrista, che non solo esegue in modo perfetto il compito, ma lo arricchisce di presenza scenica che non ti aspetti da un uomo che appare, all’uscita sul palco, molto precario. Dopo la cover di Simon & Garfunkel “America”, spazio al Prog nudo e crudo, con tanto di suite che determina il momento più intenso di quello show. 


A quel punto siamo tutti con le mani al cielo, perché non si può restare fermi davanti a così tanti suoni che, eseguiti tutti insieme, riempiono il Geox di Padova. Ci si rende conto che questa musica oggi non solo è fuori tempo, ma forse lo è sempre stata, ed è per questo che, tolto qualche anno di successo mainstream, è sempre e comunque rimasta un’esperienza musicale circoscritta a fan attenti. La chiusura, come già detto, è affidata a due grandi classici, ma anche a una coralità di intenti che è maggiore di quella che ha caratterizzato tutta l’esecuzione della serata. Sarà il valore intrinseco dei due brani, o sarà la consapevolezza che il live si avvia alla conclusione, ma il pubblico è tutto conquistato, e lascia andare le briglie. Senza eccedere, s’accende, si alza in piedi, e la scintilla del Prog torna a brillare"


CONCLUSIONI
E qui concludo io, facendo alcune riflessioni. Sono certo che Albe e tutti coloro che hanno assistito al concerto avranno provato delle belle e forti emozioni. Personalmente provo troppo affetto per questa gloriosa band per lasciarmi andare a critiche pesanti. Ci troviamo però innegabilmente di fronte ad una "cover band" di altissimo livello (e non è un caso isolato) che accompagna l'unico superstite della storica band, il chitarrista Steve Howe, ancora dotato di una tecnica mostruosa. Fuori Jon Anderson, Bill Bruford e Rick Wakeman, scomparsi Chris Squire e Alan White, cosa è rimasto oggi di questa bandiera del prog rock inglese? Vogliamo parlare di Jon Davison, ex Glass Hammer, l'ultimo cantante dalla voce praticamente uguale a quella dell'altro più celebre Jon? Ha senso ricreare con figure completamente nuove il marchio "YES" e il loro sound degli anni '70? Dal 1969 ad oggi la formazione degli Yes è stata più volte rimaneggiata, per mille ragioni, ma oggi, nel 2024, mi chiedo se abbia ancora senso proseguire con queste "operazioni nostalgia" oppure confinare i bei ricordi nella vasta produzione discografica. Credo che andrò a riascoltarmi "Yessongs". La domanda è questa: abbiamo ancora bisogno degli Yes? Certo, è bello riascoltare dal vivo "Starship Trooper" con la stupenda "Wurm" in coda, ma purtroppo non si può fermare l'orologio del tempo. Questo vale anche per numerose altre band (dagli Stones in avanti) con musicisti orami prossimi agli 80 anni. Il dibattito è aperto. Se sono stato troppo cattivo ditemelo nei comenti. Ultimo ringraziando ad Albe per la preziosa collaborazione. Da una veloce occhiata sul tubo e sul web mi sembra di non aver visto questo concerto pubblicato nella sua integrità. Bene così. Un'altra stelletta al merito per la Stratosfera. Buon ascolto, cari amici.


LINK Yes live in Padova 2024 - CD 1
LINK Yes live in Padova 2024 - CD 2
LINK Yes live in Padova 2024 - Video

Post by George - Music by Albe (thanks friend)


martedì 4 giugno 2024

Serie "Just One Record" - Orchestra Panica - Journey to Devotion (2010)

 

TRACKLIST:

01. Tappeti cellullari-I - 10:31
02. Parco - 20:27
03. Tappeti cellullari-II - 6:48
04. Liscio come olio - 3:03
05. Tangenziali - 10:58
06. Coda - 11:15


MUSICISTI:

Francesco Agostoni – voce, tastiere, programming
Luca Vicenzi – chitarre, loops

con:
Luca Urbani – batteria
Moreno Meroni – basso 
Michele Falotico – tromba
Marco Ferrara – contrabbasso 
Giuseppe Gagliardi - vibrafono, marimba, glockenspiel


Un gruppo dal nome piuttosto bruttino (Orchestra Panica) autore però di un album decisamente atipico e sopra le righe, "Journey to Devotion", pubblicato nel 2010 dalla Lizard Records. Raccattando notizie lungo il web si legge che l'Orchestra Panica ha iniziato il suo viaggio verso la pubblicazione dell'album di debutto nel 2007 e durante i due anni successivi i suoi esponenti principali, Luca Vicenzi e Francesco Agostoni, sono stati impegnati a registrare materiale insieme a una moltitudine di ospiti, insomma un vero e proprio collettivo musicale autodefinito indipendente. Il risultato finale si chiama "Journey to Devotion". Difficile classificare il genere musicale contenuto nelle 6 tracce: ma poi, cosa importa? Avanguardia e sperimentazione regnano sovrane. Un brano come "Tangenziali" sarebbe piaciuto molto a Franco Battiato, periodo "pre cinghiale bianco". Chitarra e tastiere elettroniche tessono trame sonore di indiscutibile bellezza e raffinatezza, che si snodano lungo tutto il lavoro, purtroppo l'unico  realizzato da questo ensemble. Godiamoci allora in totale relax questa musica sognante. 
Come sempre, le conclusioni sono destinate ai ringraziamenti. Ancora una volta va al nostro grande amico Marco Osel il merito di avermi inviato i file di questo album che ora ho il piacere di condividere con voi tutti. Buon ascolto.



Post by George - Music by Osel

domenica 2 giugno 2024

Alphataurus: The Second Life (2012-2014)

 

La recente scomparsa di Michele Bavaro, vocalist nella prima storica formazione degli Alphataurus, puntualmente ricordata dal nostro amico Augusto Croce sul suo sito "Italian Prog", mi ha portato a voler rispolverare la discografia della band milanese, focalizzandomi sui tre lavori appartenenti alla "second life" del gruppo, quella che va dal 2012 al 2014. Una buona occasione per completare la loro discografia. Ricordo che i primi due dischi, "Alphataurus", del 1973 e "Dietro l'uragano" pubblicato dalla Mellow nel 1992, contenente però registrazioni del 1973, li potete recuperare entrambi sulla Stratosfera qui e qui. Non solo, volendo c'è anche un buon bootleg risalente al 2013, con registrazioni live a La casa di Alex a Milano, nel 2013 (qui). Fatte le debite premesse parliamo allora di questa seconda vita degli Alphataurus. Come ricorda Augusto Croce "il gruppo, purtroppo, si sciolse durante la preparazione del secondo album. Come sopra ricordato, nel 1992 la Mellow pubblicò "Dietro l'uragano", contenente dei provini di basi strumentali senza cantato, con un risultato interessante ma un po' vuoto, nonostante le ottime qualità tecniche del gruppo. 


Il batterista Giorgio Santandrea fu per un breve periodo nei Crystals, mentre il tastierista Pietro Pellegrini collaborò, tra gli altri. con Riccardo Zappa e la PFM. Il cantante Michele Bavaro, di origini baresi, realizzò un album solo di stampo commerciale nel 1988 (Surplace - Macaroni MAC 64701) e diversi CD di canzoni italiane che lo portarono a suonare molto all'estero".


Sta di fatto che nel 2009 Pellegrini e Wassermann iniziarono la ricostituzione della band, per il ritorno sulla scena e la realizzazione di un nuovo album con composizioni edite e inedite. Anche Santandrea rientrò nel gruppo, mentre Oliva e Bavaro dovettero rinunciare, prevalentemente perché geograficamente distanti dal centro di attività principale del gruppo, ovvero Milano. Entrarono quindi nella formazione nuovi elementi, fra cui un secondo tastierista, per meglio riprodurre in concerto le sonorità degli album. La reunion ufficiale si concretizzò in occasione del Progvention 2010, evento dedicato alla musica progressive anni settanta tenutosi nel novembre 2010, coi Locanda delle Fate e i Garybaldi. Da questo concerto venne tratto l'album "Live in Bloom", pubblicato nel marzo 2012. A fine 2011 Santandrea lasciò la formazione e al suo posto entrò Alessandro "Pacho" Rossi, che poco dopo prese parte alle registrazioni del nuovo album in studio,  "AttosecondO", pubblicato nel settembre 2012 con positivi riscontri di critica. 


Durante il corso del 2013 due dei nuovi ingressi, Rigamonti e "Pacho" Rossi, lasciarono la band e furono sostituiti rispettivamente da Marco Albanese e Diego Mariani. Insomma, tra continui rimpasti giungiamo al 2014, anno in cui gli Alphataurus pubblicarono un nuovo album live, "Prime Numbers", composto da quattro lunghe tracce, per una durata complessiva di circa cinquanta minuti, edito sia in versione CD, sia in versione CD + DVD con sette ulteriori tracce (il concerto al Bloom). Nel 2015 anche Bavaro, voce solista della formazione originale, rientrò momentaneamente nel gruppo in occasione di un evento all'Anfiteatro della Pace di Bari.


Siamo all'epilogo. Ripresa con una certa costanza l'attività live, nel 2018 il gruppo prese parte allo StratosFestival presso il Parco Increa di Brugherio. Nell'aprile del 2019 partecipò alla Bottega del Prog al Teatro Don Bosco di Varazze, con la Giorgio Fico Piazza Band (ex bassista della prima PFM). Nel maggio 2019 il gruppo realizzò un concerto a scopo benefico presso l'Auditorium Pertini, col patrocinio del Comune di Cinisello Balsamo. Nel 2021 entrò nell'organico Franco Giaffreda. Il 21 dicembre 2022 il cantante Michele Bavaro annunciò la morte del bassista Alfonso Oliva, uno dei cinque membri fondatori del gruppo. Il 29 novembre 2023, fu la band ad annunciare la morte del chitarrista e fondatore Guido Wassermann. I lutti si conclusero pochi giorni fa, il 14 maggio 2024, con la scomparsa della prima voce storica, Michele Bavaro (info tratte da wikipedia)

Michele Bavaro (RIP)

Alphataurus - Live in Bloom - Progvention, Nov 6, 2010


TRACKLIST:

01, Peccato d'orgoglio - 13:26
02. Ombra muta - 9:56
03. Ripensando e... - 7:36
04. La mente vola - 11:03
05. Dopo l'uragano - 7:28
06. Valigie di terra - 12:02
07. Ringraziamenti - 1:43
08. Croma - 4:05


FORMAZIONE:

Claudio Falcone - voce solista, percussioni
Pietro Pellegrini - organo, sintetizzatore
Andrea Guizzetti - pianoforte, tastiere, voce
Guido Wassermann - chitarra, voce
Fabio Rigamonti - basso, voce
Giorgio Santandrea - batteria



Il ritorno degli Alphataurus coincide con questo ottimo album live registrato il 6 novembre 2010 nel celebre "Bloom" di Mezzago (MI) in occasione della "Progvention". Ne abbiamo già ampiamente parlato. In quella serata i ricostituiti Alphataurus presentarono praticamente l'intero omonimo primo album del 1973 con l'aggiunta di due tracce composte nello stesso periodo ma pubblicate nel 1992 all'interno del disco "Dietro l'uragano" (Ripensando e... e Valigie di terra). Sempre la AMS lo pubblicò anche in Giappone nello stesso anno (2012). Grande concerto, grande ritorno. Sembra proprio che il tempo non sia trascorso. Qualcuno l'ha definita una semplice "operazione nostalgia". Può anche darsi, ma quando si sfoderano una classe e una capacità tecnica di questo livello, ben vengano i momenti nostalgici.



Alphataurus - AttosecondO - 2012


TRACKLIST:

01. Progressiva-Mente - 8:29
02. Gocce - 9:27
03. Ripensando e... - 6:32
04. Claudette - 13:40
05. Valigie di terra - 10:37


FORMAZIONE:

Fabio Rigamonti - basso, voce
Claudio Falcone - voce, accompagnamento vocale
Andrea Guizzetti - pianoforte, sintetizzatore, voce
Pietro Pellegrini - organo Hammond, sintetizzatore
Alessandro ''Pacho'' Rossi - batteria, percussioni
Guido Wassermann - chitarre, voce, tastiere aggiuntive (traccia 4)


Pubblicato dalla AMS nel 20122, anche in Giappone e in Russia, "AttosecondO" è il vero secondo album realizzato dagli Alphataurus dal lontano 1973. Il disco contiene solo 5 brani, tutti piuttosto lunghi (come da tradizione prog). Ad eccezione del terzo, tutti i brani sono cantati. Vorrei soffermarmi sulla splendida copertina, anche questa, come per "Live in Bloom" firmata da Adriano Marangoni, lo stesso artista che nel 1973 dipinse la meravigliosa cover del debut album. "AttosecondO" è certamente da annoverare tra le uscite più importanti del prog italiano, che in questo terzo millennio sembra vivere una seconda rigogliosa giovinezza. Vi riporto la recensione apparsa su "Arlequins" firmata da Peppe Di Spirito.


"Dopo il rodaggio con l’attività concertistica (che ha fruttato anche l’apprezzato disco dal vivo “Live in Bloom”) nel giro di un paio d’anni la band presenta ora l’atteso lavoro in studio con nuove composizioni. Confermata una line-up di sei elementi con due tastiere e confezionato in un vinyl-replica dal bell’artwork fantasy e surreale, “Attosecondo” mostra dei musicisti pienamente dediti al verbo del rock sinfonico all’italiana. Per fugare ogni dubbio c’è subito l’apertura “Progressiva-mente”. Titolo emblematico, introduzione strumentale di un minuto e mezzo, tra chitarra elettrica graffiante, ritmi sostenuti e pause d’atmosfera, poi l’entrata del cantato ci porta nei territori sinfonici che ben conosciamo, anche se si cerca di dare una ringiovanita al sound. Tra cambi di tempo, intrecci strumentali e qualche sussulto hard-prog, la composizione di otto minuti e mezzo vola via che è un piacere. Sono presenti altre quattro tracce, tutte di durata abbastanza estesa (si va da un minimo di sei minuti e mezzo, fino a superare abbondantemente i tredici), tutte ben strutturate, puntando su quelle caratteristiche che tanto sono apprezzate dagli amanti del genere. La strumentale “Ripensando e…”, “Claudette” e “Valigie di terra”, già apparse in versioni strumentali sul postumo “Dietro l’uragano”, che riesumava vecchi provini, ora appaiono in tutta la loro magniloquenza, con tastiere a dettare legge, rimandi a Banco e Orme e senza disdegnare riferimenti emersoniani. 


Sono i brani in cui si avverte maggiormente la vena classicheggiante degli Alphataurus, specie nei momenti barocchi keyboards-oriented, mentre gli interventi della chitarra spingono sul versante rock. “Gocce” è forse il pezzo più apprezzabile, con le sue variazioni d’umore, con quella partenza lenta ed elegante, con quelle fughe strumentali asfissianti, con quelle ritmiche sostenute. Alla fine restano bene impresse queste dinamiche che permettono di unire scuola sinfonica, rock graffiante e melodia immediata, quest’ultima chiaramente avvertibile nelle parti cantate. Ad ogni modo si avverte in pieno la voglia sia di continuità col passato, sia di non suonare eccessivamente vintage in questo ritorno da giudicare ampiamente positivo, forse - volendo cercare il pelo nell’uovo - un po’ troppo studiato a tavolino, che ha il pregio di non cercare una “commerciabilità” che avrebbe stonato col passato della band, ma che al contempo sembra in alcuni frangenti orientato verso un esercizio di stile".


Alphataurus - Prime Numbers (2014)


TRACKLIST:

01.Gocce (radio edit) - 5:09
02. Claudette (live 2011) - 13:29
03. Valigie di terra (live 2012) - 15:25
04. Dopo l'uragano (live 2012) - 11:57
05. Hidden track


FORMAZIONE:

Pietro Pellegrini - organo, sintetizzatore
Giorgio Santandrea - batteria in Claudette
Guido Wassermann - chitarra, voce, tastiere in Claudette
Andrea Guizzetti - pianoforte, sintetizzatore, voce
Fabio Rigamonti - basso, voce
Claudio Falcone - voce solista, percussioni
Alessandro "Pacho" Rossi - batteria , percussioni
Mietek Glinkowski - violino in Dopo L'uragano


Al di là di una compilation di 9 file da scaricare dal titolo "The Early Years" (etichetta Azzurri Ltd - 2012), questo "Prime Numbers" rappresenta ad oggi l'ultima uscita discografica degli Alphataurus. L'album venne pubblicato nel 2014 dalla AMS in diversi formati: in vinile 180 gr. (tiratura limitata a 313 copie numerate a mano), in CD + DVD per il mercato italiano (sul DVD il concerto del 2010 al "Bloom " di Mezzago), in 2 CD + DVD per il mercato giapponese  (etichetta Disk Union) con 15 tracce complessive (Reunion concert + il remaster 2014  dell'album "Dietro L'uragano" oltre a "Prime Numbers"). "Prime Numbres" è una sorta di album antologico che  raccoglie una traccia in studio, Gocce,  versione radio registrata in occasione del Record Store Day del 2013, e tre brani live: sono stati registrate rispettivamente al Teatro Albatros di Genova nel 2011, al World Music Studio di Pessano con Bornago nel 2012 e a Il Giardino Music Club di Lugagnano nel 2012. Attenzione perché alla fine del CD, dopo circa un minuto di "bianco2, vi è una hidden track della durata di un paio di minuti. E una versione corale, registrata in studio, di "Progressiva-mente". Concludo riportando il libretto presente nella versione CD + DVD con le immagini dei musicisti.









La lunga cavalcata tra le note degli Alphataurus nella loro "second life" si chiude qui. Non mi resta che augurarvi un buon lungo ascolto. Alla prossima.

LINK Live in Bloom 
LINK AttosecondO
LINK Prime Numbers

Post by George

mercoledì 29 maggio 2024

Germana Pucci- 1982/1992- The lost songs


TRACKLIST: 

01) Memoria (in “The New Interpreters”, Coop SE 102, March 1982) 

02) L’impiegato (in Coop SE 111, December 1982-January 1983)

03) Diavoli in avido amore (in Coop SE 207, September 1983) 

04) Ottomanelli (in Fast Folk FF 101, January 1984) 

05) Diavoli in avido amore -live (in Various- “Live at the Bottom Line”, Fast Folk FF 104, January-April 1984)

06) A veglia (in “Quixotic”, Fast Folk FF 107, September 1984) 

07) Farfalle multicolori (in “Women in Song”,  Fast Folk FF 108, October 1984) 

08) Il volo del corvo (in Fast Folk FF 201, January 1985)

09) Chocolates and shames (in “Women in Song”, Fast Folk FF 209, November 1985) 

10) Bonadea feat. Nikki Matheson, John Gorka, Rod MacDonald, Richard Meyer e Shawn Colvin (in “Live at the Bottom Line”,  Fast Folk FF 306-307, August-September 1986)

11) Chocolates and shames (live) (in “An Evening in Greenwich Village”, Fast Folk FF 404, April 1988)

12) Down the highway (in “Sixth Anniversary Issue” Fast Folk FF 405-406, fall 1988)

13) Un rabdomante incompetente (in “Live At The Bottom Line, 1988, Fast Folk FF 502, January 1990)

14) L’Antinarciso (in “Live at the Bottom Line”, 1991|1992 Fast Folk FF 510, 1992) 

15) Last song sung  (in “Mike Porco: In Memoriam”, Fast Folk FF 602, June 1992)

16) Future feat. Giancarlo Biagi e Jill Burkee (in “Tenth Anniversary Fast Folk Revue~Part 2~Live at the Bottom Line”, Fast Folk FF 604, October 1992)

17) Corpo gracile (in “Fast Folk: A Community of Singers and Songwriters”, 2002) 

BONUS TRACK:

1) Sail on- The Fast Folk Company (Josh Joffen, David Massengill, Rod MacDonald, Germana Pucci and Janice Kollar) (in "Live At The Bottom Line, FF Vol.5, n.3, 1989)


FORMAZIONE (dati parziali):

Germana Pucci- voce e chitarra (tutte le tracce)

Jill Burkee- mandolino (tr.1, 3, 4, 9), banjo (tr.6)

Peter Lewy- violoncello (tr.4, 9)

Mark Dann- basso (tr.1, 4, 7), chitarra 12 corde (tr.6), chitarra (tr.11), tastiera (tr.3)

Tom Intondi- armonica (tr.1) 

Lisa Gutkin- violino (tr.11, 12)

Frank Christion- chitarra elettrica (tr.11) 

Rod MacDonaldm Nikky Matheson, Richard Meyer- cori (tr.11)

Jeff Hardy- basso (tr.3, 11, 12)

Rod Richard and Band- accompagnamento in tr.13)

Richard Meyer- voce (tr.13)

Wendy Beckerman- voce (tr.14)

Pico Ben-Amotz (percussioni in tr.15)

Giancarlo Biagi- jew's arp (tr.3)

John Caulfield- fiddle (tr.3)


PRIMO PICCOLO ANTEFATTO TRASCURABILE

 A inizio anni ’90 nella mia piccola cittadina di provincia, all’epoca immobilizzata nel suo eterno medioevo, un gruppo di appassionati di musica più grandi me (diciamo la generazione prima della mia) ebbe la bella idea di fondare un’associazione e, in accordo con la rivista Il Buscadero (mi pare) far transitare da noi alcuni degli artisti stranieri della scena country-folk che la rivista raccontava dalle sue pagine. Affittarono un cinema e imbastirono un coraggioso cartellone con nomi che per noi (e immagino un po’ per tutti) erano degli autentici carneadi. Ricordo Richard Dawnson (mi pare si chiamasse cosi…), il grande Allan Taylor e l’eccezionale Jack Hardy. Di quest’ultimo conservo ancora una cassetta registrata alla buona con il live di quella serata. 

Molti anni dopo trovo in un mercatino dell’usato un suo disco. Nel libretto interno apprendo che Jack Hardy, oltre ad essere stato uno dei songwriters di culto della scena del Greenwich Village a partire dagli anni ’70, nel 1983 ebbe l’idea di calamitare attorno a sé tutta una comunità di artisti legati, in modo diverso, all’ambito folk e acustico, per permettergli una maggiore visibilità, in anni non proprio così propizi. Questo collettivo, che sotto l’impulso di Jack Hardy, che ospitava tutti nella sua casa a Houston Street, promuoveva il cosiddetto “Songwriting’s Exchange”, si battezzò prima “TheCoop” per poi cambiare nome nel'84 in “Fast Folk”, una rivista (ma forse è meglio dire una fanzine autoprodotta) con LP allegato, che uscì per parecchi numeri tra il 1982 e il 1997 e che ora è mantenuta in catalogo (e sul Tubo)  grazie alla benemerita Smithsonian Folkways Recordings.

E’ grazie a questa storica esperienza di cooperativa di artisti e a questa disco/rivista che mossero i loro primi passi nella discografia artisti del calibro di Suzanne Vega, Tracy Chapman, Lyle Lovett, Michelle Shocked e molti altri, influenzando non poco la scena dell’alternative-country americana degli anni ’80-‘90. 

Fine del primo piccolo antefatto trascurabile.

 

SECONDO PICCOLO ANTEFATTO TRASCURABILE

Nei mesi scorsi ho soggiornato, per motivi di lavoro di mia moglie, in Turchia. Ne ho approfittato per scandagliare qualche catalogo di venditore Discogs turco (in Italia i prezzi di spedizione sarebbero stati proibitivi), e a un certo punto mi imbatto proprio in un numero di Fast Folk. Incuriosito, leggo meglio di che si tratta, e tra gli artisti presenti ecco che per la prima volta leggo il nome di Germana Pucci. La cosa che più mi incuriosiva era che in un disco interamente cantato in inglese, la Pucci sembrava fare eccezione: la sua canzone era in italiano. Me la vado ad ascoltare: oh, che bella però. Dopo un’altra veloce ricerca apprendo che quella non era stata un’apparizione estemporanea, anzi, il suo nome compare su diverse uscite della fanzine/rivista (è una delle 4-5 più presenti, fra le centinaia di artisti coinvolti negli anni), accanto ai grandi nomi sopra riportati e con canzoni originali quasi sempre in italiano (cosa unica nel catalogo Fast Folk, per il resto tutto in inglese). 

 

POSSIAMO COMINCIARE 

Se vi ho ammorbato con il racconto del mio tortuoso incontro con Germana Pucci, è per spiegarvi che forse solo così, o in analoghi bislacchi modi, si poteva arrivare ad ascoltare questa singolarissima cantautrice italiana, seppur di stanza a New York. Se infatti provate a cercare qualcosa in rete, come poi ho fatto io, soprattutto una volta ascoltati altri brani ed averne molto apprezzato l’originalità e la fattura, rimarrete delusi. Il nulla, o quasi. Dopo ore di ricerche, in italiano e inglese, tutto quello che ero riuscito a sapere su questa cantautrice si poteva ridurre a quanto segue: nata a Pietrasanta, in Toscana, a metà anni ‘70 raggiunge suo marito Giancarlo Biagi, scultore, a New York. I due, insieme a Jill Burkee, cominciano a lavorare insieme, fino ad avere dal 2001 uno studio comune a Northville, per poi fondare un centro per le arti multivisive in cui accogliere e promuovere anche altri artisti: si chiama Artida Art e si trova in 56 Ludlow St, NY (se ho capito bene, nel caseggiato ove visse tempo prima John Cale). Sappiamo anche, dagli atti di una sentenza, che ebbero problemi giudiziari con un’inquilina che li portò in tribunale (ma furono assolti).



Nient’altro. Possiamo solo immaginare come i tre (Pucci-Biaggi-Burkee) fossero venuti in contatto con il giro di Fast Folk (della cui rivista cureranno anche la direzione grafica), mentre sappiamo di certo, dall’archivio on line del New York Magazine, che spesso la Pucci si esibiva nelle serate che il collettivo presentava nei locali off di New York, a cominciare dal Bottom Line.

Di Germana Pucci esiste in rete una sola foto che la ritrae, in tempi recenti, mentre accompagna alla chitarra una bambina che dal cognome supponiamo essere sua nipote. 


 

Fin qui era arrivato il vostro incapace investigatore musicale nella prima stesura di questo articolo, ma meno male, per lui e per voi, che a un certo punto mi sono imbattuto in rete in due testi della Pucci, tradotti anche in inglese. La pagina web è quella di Marco Giunco già citato sul nostro sito in un’altra occasione. La presenza della traduzione in inglese mi ha fatto pensare che Giunco possedesse almeno qualche copia del magazine-vinile, sicché mi sono detto: vuoi vedere che magari nei libretti interni c’è qualche informazione in più? E in effetti così è, e sono enormemente debitore a Marco Giunco per aver gentilmente accolto la mia richiesta e per avermi mandato le scansioni di quei libretti, da cui intanto possiamo ricavare altre foto, e da cui apprendiamo che Germana Pucci, nata nel 1955, proviene da una famiglia di agricoltori con l’hobby del canto operistico, che la giovane ha imparato i canti nei campi, specialmente quelli legati al rito contadino del Maggio, e che ama la cucina (nota folkloristica ad uso degli americani, suppongo…). Anche il fratello maggiore, a quanto pare, è appassionato di musica, ma in ambito rock, formando una "hit parade" band (così viene definita) con la quale gira l'Italia. (Qualcuno ha idea di quale band si tratti?). Germana, come detto, si trasferisce negli USA raggiungendo il marito, precisamente nel ’75, e a New York nel ’77.


Un'altra breve biografia (apparsa su FF 405) ci dice anche che ha cominciato a inserirsi nella scena folk della Grande Mela nel 1979, prima attraverso i giorni del Cornelia Street Songwriters's Exchange, poi diventando parte attiva di SpeakEasy e Fast Folk, tutte iniziative che hanno visto in Jack Hardy il loro motore primo.


A dimostrazione della stima che la Pucci riscuoteva nella scena folk newyorkese, segnaliamo che la rivista Fast Folk le dedicò negli anni ben due articoli che ne tratteggiano in profondità la figura e la poetica musicale. Per la loro importanza abbiamo pensato di metterveli integralmente a disposizione in un link apposito a fine post, insieme ai testi che siamo riusciti a reperire.

Il primo, intitolato semplicemente "Germana Pucci" appare nel numero 108 (ottobre '84) a firma Sam Heath, e ricostruisce i primi passi di questa immigrata italiana che la sua prima sera a NY viene portata da un amica a vedere una sconcerto. Sul palco, tra gli altri, proprio Jack Hardy. Germana ne rimane stupefatta, e intuisce subito che questo sarà l'ambiente giusto per far crescere la sua musica. E così, eccola sul palco con gli altri a sciorinare con voce onesta e passionale le sue canzoni vibranti e potenti, canzoni che parlano di amici persi, amori traditi, vite vuote. Eppure, continua Heath, non c'è rabbia nella sua voce, non c'è amarezza, non c'è giudizio. Dopo aver analizzato nel profondo due canzoni della Pucci ("Farfalle multicolori" e "A veglia") e la sua versione in italiano della "Ottomanelli" di Jack Hardy, l'articolo si conclude così: "Germana Pucci raccoglie la sua esperienza dall'America urbana e la traduce nel regno rurale e nella lingua della sua giovinezza. Sebbene il suo cervello parli perfettamente inglese, il suo cuore funziona esclusivamente in italiano. Una folksinger italiana in America; una folksinger americana dall'Italia. Queste canzoni sono la sua anima".


Il secondo studio, “From Memory to Future- Tracking the Pucci/Biagi team”ancora più corposo e generoso di informazioni e analisi critiche, appare su Fast Folk Volume 6 No 3&4 (ottobre '92), a firma di Keith Ketty il quale parla di una voce compassionevole ma anche forte, un grido contro le ingiustizie. In un altro punto, è così che la Pucci  spiega la sua decisione di cantare in italiano, sebbene in possesso di un buon inglese: “Quando canto in inglese, la gente dice che è carino, ma quando canto in italiano la gente dice che ha veramente capito il senso della canzone”. Il saggio conclude dando notizia del progetto di album (in realtà annunciato fin dal '90 in FF 502) in cui la Pucci avrebbe dovuto raccogliere 14 canzoni (tra cui “Come un sogno”, di cui non si hanno però tracce), e il cui co-arrangiatore e co-produttore avrebbe dovuto essere Greg Cohen, storico collaboratore di Tom Waits (in Italia ha lavorato con Vinicio Capossela e specialmente con Mimmo Locasciulli). Questo progetto, ormai lo sappiamo, è rimasto tale, e niente è mai venuto alla luce. L’ultima apparizione di Germana Pucci su Fast Folk data al 1992 (la rivista chiuderà nel ’97). E’ probabile che poi si sia dedicata alle musiche per spettacoli multidisciplinari d’avanguardia in collaborazione con il marito, il quale affiancò alla scultura una fortunata carriera di autore teatrale.

Ci piace considerare questo nostro posticcio “Lost songs” qualcosa che possa, almeno in parte, dare una lontana idea di quel progetto abortito.

 


LE CANZONI

Il corpus di Germana Pucci è costituito da 15 canzoni (di cui 2 riproposte anche dal vivo, per un totale di 17 incisioni), 14 delle quali sicuramente comprese nell’arco di tempo che va dal 1982 al 1992. L’ultima, “Corpo gracile” è di incerta datazione, essendo uscita su una compilation postuma del 2002. Potrebbe essere un inedito del decennio in cui furono pubblicate le altre, ma l’uso di tastiere e di un sound un po’ meno folk fanno propendere per datarla in tempi più recenti, forse metà anni ’90, o qualcosa dopo.

Fino al novembre ’85 la Pucci propone canzoni interamente in italiano, poi le alterna con 3 brani in inglese e 2 in entrambe le lingue, variamente mescolate.

Ascoltarle e collocarle in quegli anni è oggi un'esperienza assolutamente straniante, perché composizioni del genere in Italia all’epoca erano del tutto o quasi scomparse. Ma la sorpresa è anche nel constatare come gli stilemi delle canzoni di folk revival (perdonatemi la definizione) del decennio precedente vengano rivisitati alla luce della sensibilità e dei gusti dei musicisti americani coinvolti, creando un percorso parallelo nella musica italiana, di cui siamo rimasti incredibilmente all’oscuro.

Le sonorità sono incentrate, come è ovvio, sulla chitarra acustica della stessa Pucci (specialmente le iniziali), ma in diverse canzoni successive lo spettro si amplia coinvolgendo anche, in misura diversa, una seconda chitarra, un piano, un contrabbasso, un violino, un banjo ed altri strumenti armeggiati dagli altri songwriters del collettivo, favorendo le esplorazioni di stili musicali che non siano solo la classica ballata folk cui invece sono legate le iniziali “Memoria” (scritta con la collaborazione del marito) e “L’impiegato”. 

Già “Diavoli in avido amore” (riproposta anche in versione live) ha un arrangiamento più complesso, e un cantato più personale. Nella presentazione in concerto la Pucci, nella necessità che qualcosa arrivi anche al pubblico americano, spiega che si tratta di una canzone su un ubriaco maturato al sole come l’uva, ma che come il vino sta invecchiando in cantina. Ma è anche sulla sua donna che l’aspetta seduta su una sedia, in una notte tempestosa. 

“Ottomanelli” (scritto così, anche se a rigore sarebbe più sensata la grafia “Otto Manelli”) è una delle più belle dell'intero lotto. Si tratta di una cover in italiano (tradotta dalla stessa Pucci) di un brano di Jack Hardy (con cui nella primavera '84 condivise un tour in Europa), pubblicato nell'album "The cauldron" dello stesso anno. E' una ballata folk dalla melodia irresistibile con cui si dipana, alla maniera dei cantastorie, una storia di immigrazione e fede (in Dio e nel Sogno Americano).  



“A veglia” è il pezzo che se da una parte si veste di maggiori colori country (anche grazie alla presenza del banjo), dall’altra più si ricollega alle origini popolari toscane dell’autrice. Anche qui si intrecciano storie private e Storia collettiva. 

“Farfalle multicolori” è un drammatico dialogo tra una prostituta e sua figlia, con un bell’intreccio di chitarre acustiche a sorreggere il tutto. 

“Il volo del corvo” è una canzone in forma di invocazione verso alcuni elementi naturali, che rendono dura la vita del contadino. C’è un Leopardi sarcastico, dentro questo pezzo. 

“Chocolate and shame”, presente anche in una versione live, è un bel pezzo folk, anch’esso molto vibrante. 

“Bonadea”, sicuramente uno dei brani migliori del lotto, racconta la storia di due dèi, Bonadea e Fauno, scritta dal punto di vista del secondo il quale scopre che Bonadea l’ha tradito. Il pezzo si sostiene su due chitarre e su un coro che lo puntella e lo chiude. 

“Down the highway” mette in scena, per sola chitarra e violino, una donna in pena per il proprio uomo. 

Nell’introduzione a “Il rabdomante incompetente” (un altro pezzo notevole scritto con il marito) la Pucci dedica ironicamente il pezzo alle persone che fanno di tutto per raggiungere i loro obiettivi, anche se non hanno alcun talento. 

“L’Antinarciso” è un curioso tango che vede anche il supporto del piano. E’ una delle canzoni più originali, in cui emergono anche le doti vocali della Pucci, 

Doti che svettano con forza anche nella seguente “Last song sung” (anche questa a firma Pucci/Biaggi) eseguita a cappella con il minimo accompagnamento di una percussione. E' inserita nel numero di Fast Folk che ricorda  Mike Porco, scomparso nel marzo ’92. Porco è una figura poco conosciuta in Italia, ma che merita un doveroso ricordo, del quale siamo debitori a un articolo reperibile sul web: “Mike Porco, il calabrese che adottò Bob Dylan”  cui vi rimandiamo per un approfondimento, e al libro omonimo di Luigi M. Perri e Bruno Castagna che lo ha ispirato. Sintetizzando: calabrese emigrato, arrivò, da semplice lavapiatti, a gestire un locale che trasformò nel mitico Gerde’s Folk City, al centro del Greenwich Village, un tempio della musica folk. Porco diventò con notevole fiuto (pur senza una particolare predisposizione musicale) talent scout di band e cantanti solisti, e fu proprio lui il primo a dar fiducia, facendolo esibire spesso sul suo palco, a un diciannovenne Bob Dylan in fuga dalla famiglia, senza soldi, ma con una chitarra in spalla. Lo stesso Dylan, che proprio a partire da quelle esibizioni al Gerde’s Folk City spiccò il volo, lo ricorda nel primo volume delle sue “Chronicles” chiamandolo con affetto (facendo però un lapsus sulla provenienza) “il mio papà siciliano”.  


Ma torniamo alle altre canzoni.

“Future” è una dolente performance poetico-musicale in doppia lingua, eseguita con le voci recitanti del marito Giancarlo Biagi e della sua collega scultrice Jill Burkee. 

“Corpo gracile”, come spiega la stessa Pucci, è una canzone che espone una semplice tesi: l’amore non ha limiti, e anche quando la persona che ami se ne va c’è sempre qualcosa che rimane: “Ed io che ti ho amato come un fiore, come un frutto, come un nutrimento, nutrimento della memoria, per insegnarmi come vivere, riflettere, condividere”. Il pezzo comincia con un memento mori di scapigliata memoria, per poi però affermare l’amore oltre lo scorrere e l’infierire del tempo.

In coda, per amore di completezza, abbiamo inserito come bonus track "Sail on" un pezzo estemporaneo a chiusura di un live attribuito al collettivo  "The Fast Folk Company " in cui compare la stessa Pucci.


CONCLUDENDO

 Non ci resta che accomiatarci con il paziente lettore arrivato alla fine di questo post alquanto estenuante, temiamo, la cui prolissità crediamo che sia però almeno in parte giustificata dalla volontà e dalla necessità di dare il giusto riconoscimento, di fronte all’esiguità di informazioni fino ad oggi presenti sul web e sulla carta stampata, all’eccezionale figura di questa donna che nella New York degli anni ’80 e inizio '90 si esibiva alla pari (fede ne fa il consistente numero di apparizioni su Fast Folk e le frequenti partecipazioni alle loro sortite live) con pesi massimi quali Jack Hardy, Suzanne Vega o Michelle Shocked, cantando in buona parte nella nostra lingua (chissà cosa ne capivano) delle canzoni che ad ascoltarle oggi meritano assolutamente di essere riscoperte dal pubblico italiano, a cominciare da voi, amici curiosi e appassionati della Stratosfera.

Infine, un immenso e sentito ringraziamento a Marco Giunco, foriero di informazioni preziosissime, e un bacio in fronte a Viola Caponeri, la mia amata figliola, a cui devo le traduzioni dall’inglese.

 E con questo è davvero tutto, buon ascolto!

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Post by Andrea "Arrivano gli Sprassolati!" Caponeri