mercoledì 29 maggio 2024

Germana Pucci- 1982/1992- The lost songs


TRACKLIST: 

01) Memoria (in “The New Interpreters”, Coop SE 102, March 1982) 

02) L’impiegato (in Coop SE 111, December 1982-January 1983)

03) Diavoli in avido amore (in Coop SE 207, September 1983) 

04) Ottomanelli (in Fast Folk FF 101, January 1984) 

05) Diavoli in avido amore -live (in Various- “Live at the Bottom Line”, Fast Folk FF 104, January-April 1984)

06) A veglia (in “Quixotic”, Fast Folk FF 107, September 1984) 

07) Farfalle multicolori (in “Women in Song”,  Fast Folk FF 108, October 1984) 

08) Il volo del corvo (in Fast Folk FF 201, January 1985)

09) Chocolates and shames (in “Women in Song”, Fast Folk FF 209, November 1985) 

10) Bonadea feat. Nikki Matheson, John Gorka, Rod MacDonald, Richard Meyer e Shawn Colvin (in “Live at the Bottom Line”,  Fast Folk FF 306-307, August-September 1986)

11) Chocolates and shames (live) (in “An Evening in Greenwich Village”, Fast Folk FF 404, April 1988)

12) Down the highway (in “Sixth Anniversary Issue” Fast Folk FF 405-406, fall 1988)

13) Un rabdomante incompetente (in “Live At The Bottom Line, 1988, Fast Folk FF 502, January 1990)

14) L’Antinarciso (in “Live at the Bottom Line”, 1991|1992 Fast Folk FF 510, 1992) 

15) Last song sung  (in “Mike Porco: In Memoriam”, Fast Folk FF 602, June 1992)

16) Future feat. Giancarlo Biagi e Jill Burkee (in “Tenth Anniversary Fast Folk Revue~Part 2~Live at the Bottom Line”, Fast Folk FF 604, October 1992)

17) Corpo gracile (in “Fast Folk: A Community of Singers and Songwriters”, 2002) 

BONUS TRACK:

1) Sail on- The Fast Folk Company (Josh Joffen, David Massengill, Rod MacDonald, Germana Pucci and Janice Kollar) (in "Live At The Bottom Line, FF Vol.5, n.3, 1989)


FORMAZIONE (dati parziali):

Germana Pucci- voce e chitarra (tutte le tracce)

Jill Burkee- mandolino (tr.1, 3, 4, 9), banjo (tr.6)

Peter Lewy- violoncello (tr.4, 9)

Mark Dann- basso (tr.1, 4, 7), chitarra 12 corde (tr.6), chitarra (tr.11), tastiera (tr.3)

Tom Intondi- armonica (tr.1) 

Lisa Gutkin- violino (tr.11, 12)

Frank Christion- chitarra elettrica (tr.11) 

Rod MacDonaldm Nikky Matheson, Richard Meyer- cori (tr.11)

Jeff Hardy- basso (tr.3, 11, 12)

Rod Richard and Band- accompagnamento in tr.13)

Richard Meyer- voce (tr.13)

Wendy Beckerman- voce (tr.14)

Pico Ben-Amotz (percussioni in tr.15)

Giancarlo Biagi- jew's arp (tr.3)

John Caulfield- fiddle (tr.3)


PRIMO PICCOLO ANTEFATTO TRASCURABILE

 A inizio anni ’90 nella mia piccola cittadina di provincia, all’epoca immobilizzata nel suo eterno medioevo, un gruppo di appassionati di musica più grandi me (diciamo la generazione prima della mia) ebbe la bella idea di fondare un’associazione e, in accordo con la rivista Il Buscadero (mi pare) far transitare da noi alcuni degli artisti stranieri della scena country-folk che la rivista raccontava dalle sue pagine. Affittarono un cinema e imbastirono un coraggioso cartellone con nomi che per noi (e immagino un po’ per tutti) erano degli autentici carneadi. Ricordo Richard Dobson, il grande Allan Taylor e l’eccezionale Jack Hardy. Di quest’ultimo conservo ancora una cassetta registrata alla buona con il live di quella serata. 

Molti anni dopo trovo in un mercatino dell’usato un suo disco. Nel libretto interno apprendo che Jack Hardy, oltre ad essere stato uno dei songwriters di culto della scena del Greenwich Village a partire dagli anni ’70, nel 1983 ebbe l’idea di calamitare attorno a sé tutta una comunità di artisti legati, in modo diverso, all’ambito folk e acustico, per permettergli una maggiore visibilità, in anni non proprio così propizi. Questo collettivo, che sotto l’impulso di Jack Hardy, che ospitava tutti nella sua casa a Houston Street, promuoveva il cosiddetto “Songwriting’s Exchange”, si battezzò prima “TheCoop” per poi cambiare nome nel'84 in “Fast Folk”, una rivista (ma forse è meglio dire una fanzine autoprodotta) con LP allegato, che uscì per parecchi numeri tra il 1982 e il 1997 e che ora è mantenuta in catalogo (e sul Tubo)  grazie alla benemerita Smithsonian Folkways Recordings.

E’ grazie a questa storica esperienza di cooperativa di artisti e a questa disco/rivista che mossero i loro primi passi nella discografia artisti del calibro di Suzanne Vega, Tracy Chapman, Lyle Lovett, Michelle Shocked e molti altri, influenzando non poco la scena dell’alternative-country americana degli anni ’80-‘90. 

Fine del primo piccolo antefatto trascurabile.

 

SECONDO PICCOLO ANTEFATTO TRASCURABILE

Nei mesi scorsi ho soggiornato, per motivi di lavoro di mia moglie, in Turchia. Ne ho approfittato per scandagliare qualche catalogo di venditore Discogs turco (in Italia i prezzi di spedizione sarebbero stati proibitivi), e a un certo punto mi imbatto proprio in un numero di Fast Folk. Incuriosito, leggo meglio di che si tratta, e tra gli artisti presenti ecco che per la prima volta leggo il nome di Germana Pucci. La cosa che più mi incuriosiva era che in un disco interamente cantato in inglese, la Pucci sembrava fare eccezione: la sua canzone era in italiano. Me la vado ad ascoltare: oh, che bella però. Dopo un’altra veloce ricerca apprendo che quella non era stata un’apparizione estemporanea, anzi, il suo nome compare su diverse uscite della fanzine/rivista (è una delle 4-5 più presenti, fra le centinaia di artisti coinvolti negli anni), accanto ai grandi nomi sopra riportati e con canzoni originali quasi sempre in italiano (cosa unica nel catalogo Fast Folk, per il resto tutto in inglese). 

 

POSSIAMO COMINCIARE 

Se vi ho ammorbato con il racconto del mio tortuoso incontro con Germana Pucci, è per spiegarvi che forse solo così, o in analoghi bislacchi modi, si poteva arrivare ad ascoltare questa singolarissima cantautrice italiana, seppur di stanza a New York. Se infatti provate a cercare qualcosa in rete, come poi ho fatto io, soprattutto una volta ascoltati altri brani ed averne molto apprezzato l’originalità e la fattura, rimarrete delusi. Il nulla, o quasi. Dopo ore di ricerche, in italiano e inglese, tutto quello che ero riuscito a sapere su questa cantautrice si poteva ridurre a quanto segue: nata a Pietrasanta, in Toscana, a metà anni ‘70 raggiunge suo marito Giancarlo Biagi, scultore, a New York. I due, insieme a Jill Burkee, cominciano a lavorare insieme, fino ad avere dal 2001 uno studio comune a Northville, per poi fondare un centro per le arti multivisive in cui accogliere e promuovere anche altri artisti: si chiama Artida Art e si trova in 56 Ludlow St, NY (se ho capito bene, nel caseggiato ove visse tempo prima John Cale). Sappiamo anche, dagli atti di una sentenza, che ebbero problemi giudiziari con un’inquilina che li portò in tribunale (ma furono assolti).



Nient’altro. Possiamo solo immaginare come i tre (Pucci-Biaggi-Burkee) fossero venuti in contatto con il giro di Fast Folk (della cui rivista cureranno anche la direzione grafica), mentre sappiamo di certo, dall’archivio on line del New York Magazine, che spesso la Pucci si esibiva nelle serate che il collettivo presentava nei locali off di New York, a cominciare dal Bottom Line.

Di Germana Pucci esiste in rete una sola foto che la ritrae, in tempi recenti, mentre accompagna alla chitarra una bambina che dal cognome supponiamo essere sua nipote. 


 

Fin qui era arrivato il vostro incapace investigatore musicale nella prima stesura di questo articolo, ma meno male, per lui e per voi, che a un certo punto mi sono imbattuto in rete in due testi della Pucci, tradotti anche in inglese. La pagina web è quella di Marco Giunco già citato sul nostro sito in un’altra occasione. La presenza della traduzione in inglese mi ha fatto pensare che Giunco possedesse almeno qualche copia del magazine-vinile, sicché mi sono detto: vuoi vedere che magari nei libretti interni c’è qualche informazione in più? E in effetti così è, e sono enormemente debitore a Marco Giunco per aver gentilmente accolto la mia richiesta e per avermi mandato le scansioni di quei libretti, da cui intanto possiamo ricavare altre foto, e da cui apprendiamo che Germana Pucci, nata nel 1955, proviene da una famiglia di agricoltori con l’hobby del canto operistico, che la giovane ha imparato i canti nei campi, specialmente quelli legati al rito contadino del Maggio, e che ama la cucina (nota folkloristica ad uso degli americani, suppongo…). Anche il fratello maggiore, a quanto pare, è appassionato di musica, ma in ambito rock, formando una "hit parade" band (così viene definita) con la quale gira l'Italia. (Qualcuno ha idea di quale band si tratti?). Germana, come detto, si trasferisce negli USA raggiungendo il marito, precisamente nel ’75, e a New York nel ’77.


Un'altra breve biografia (apparsa su FF 405) ci dice anche che ha cominciato a inserirsi nella scena folk della Grande Mela nel 1979, prima attraverso i giorni del Cornelia Street Songwriters's Exchange, poi diventando parte attiva di SpeakEasy e Fast Folk, tutte iniziative che hanno visto in Jack Hardy il loro motore primo.


A dimostrazione della stima che la Pucci riscuoteva nella scena folk newyorkese, segnaliamo che la rivista Fast Folk le dedicò negli anni ben due articoli che ne tratteggiano in profondità la figura e la poetica musicale. Per la loro importanza abbiamo pensato di metterveli integralmente a disposizione in un link apposito a fine post, insieme ai testi che siamo riusciti a reperire.

Il primo, intitolato semplicemente "Germana Pucci" appare nel numero 108 (ottobre '84) a firma Sam Heath, e ricostruisce i primi passi di questa immigrata italiana che la sua prima sera a NY viene portata da un amica a vedere una sconcerto. Sul palco, tra gli altri, proprio Jack Hardy. Germana ne rimane stupefatta, e intuisce subito che questo sarà l'ambiente giusto per far crescere la sua musica. E così, eccola sul palco con gli altri a sciorinare con voce onesta e passionale le sue canzoni vibranti e potenti, canzoni che parlano di amici persi, amori traditi, vite vuote. Eppure, continua Heath, non c'è rabbia nella sua voce, non c'è amarezza, non c'è giudizio. Dopo aver analizzato nel profondo due canzoni della Pucci ("Farfalle multicolori" e "A veglia") e la sua versione in italiano della "Ottomanelli" di Jack Hardy, l'articolo si conclude così: "Germana Pucci raccoglie la sua esperienza dall'America urbana e la traduce nel regno rurale e nella lingua della sua giovinezza. Sebbene il suo cervello parli perfettamente inglese, il suo cuore funziona esclusivamente in italiano. Una folksinger italiana in America; una folksinger americana dall'Italia. Queste canzoni sono la sua anima".


Il secondo studio, “From Memory to Future- Tracking the Pucci/Biagi team”ancora più corposo e generoso di informazioni e analisi critiche, appare su Fast Folk Volume 6 No 3&4 (ottobre '92), a firma di Keith Ketty il quale parla di una voce compassionevole ma anche forte, un grido contro le ingiustizie. In un altro punto, è così che la Pucci  spiega la sua decisione di cantare in italiano, sebbene in possesso di un buon inglese: “Quando canto in inglese, la gente dice che è carino, ma quando canto in italiano la gente dice che ha veramente capito il senso della canzone”. Il saggio conclude dando notizia del progetto di album (in realtà annunciato fin dal '90 in FF 502) in cui la Pucci avrebbe dovuto raccogliere 14 canzoni (tra cui “Come un sogno”, di cui non si hanno però tracce), e il cui co-arrangiatore e co-produttore avrebbe dovuto essere Greg Cohen, storico collaboratore di Tom Waits (in Italia ha lavorato con Vinicio Capossela e specialmente con Mimmo Locasciulli). Questo progetto, ormai lo sappiamo, è rimasto tale, e niente è mai venuto alla luce. L’ultima apparizione di Germana Pucci su Fast Folk data al 1992 (la rivista chiuderà nel ’97). E’ probabile che poi si sia dedicata alle musiche per spettacoli multidisciplinari d’avanguardia in collaborazione con il marito, il quale affiancò alla scultura una fortunata carriera di autore teatrale.

Ci piace considerare questo nostro posticcio “Lost songs” qualcosa che possa, almeno in parte, dare una lontana idea di quel progetto abortito.

 


LE CANZONI

Il corpus di Germana Pucci è costituito da 15 canzoni (di cui 2 riproposte anche dal vivo, per un totale di 17 incisioni), 14 delle quali sicuramente comprese nell’arco di tempo che va dal 1982 al 1992. L’ultima, “Corpo gracile” è di incerta datazione, essendo uscita su una compilation postuma del 2002. Potrebbe essere un inedito del decennio in cui furono pubblicate le altre, ma l’uso di tastiere e di un sound un po’ meno folk fanno propendere per datarla in tempi più recenti, forse metà anni ’90, o qualcosa dopo.

Fino al novembre ’85 la Pucci propone canzoni interamente in italiano, poi le alterna con 3 brani in inglese e 2 in entrambe le lingue, variamente mescolate.

Ascoltarle e collocarle in quegli anni è oggi un'esperienza assolutamente straniante, perché composizioni del genere in Italia all’epoca erano del tutto o quasi scomparse. Ma la sorpresa è anche nel constatare come gli stilemi delle canzoni di folk revival (perdonatemi la definizione) del decennio precedente vengano rivisitati alla luce della sensibilità e dei gusti dei musicisti americani coinvolti, creando un percorso parallelo nella musica italiana, di cui siamo rimasti incredibilmente all’oscuro.

Le sonorità sono incentrate, come è ovvio, sulla chitarra acustica della stessa Pucci (specialmente le iniziali), ma in diverse canzoni successive lo spettro si amplia coinvolgendo anche, in misura diversa, una seconda chitarra, un piano, un contrabbasso, un violino, un banjo ed altri strumenti armeggiati dagli altri songwriters del collettivo, favorendo le esplorazioni di stili musicali che non siano solo la classica ballata folk cui invece sono legate le iniziali “Memoria” (scritta con la collaborazione del marito) e “L’impiegato”. 

Già “Diavoli in avido amore” (riproposta anche in versione live) ha un arrangiamento più complesso, e un cantato più personale. Nella presentazione in concerto la Pucci, nella necessità che qualcosa arrivi anche al pubblico americano, spiega che si tratta di una canzone su un ubriaco maturato al sole come l’uva, ma che come il vino sta invecchiando in cantina. Ma è anche sulla sua donna che l’aspetta seduta su una sedia, in una notte tempestosa. 

“Ottomanelli” (scritto così, anche se a rigore sarebbe più sensata la grafia “Otto Manelli”) è una delle più belle dell'intero lotto. Si tratta di una cover in italiano (tradotta dalla stessa Pucci) di un brano di Jack Hardy (con cui nella primavera '84 condivise un tour in Europa), pubblicato nell'album "The cauldron" dello stesso anno. E' una ballata folk dalla melodia irresistibile con cui si dipana, alla maniera dei cantastorie, una storia di immigrazione e fede (in Dio e nel Sogno Americano).  



“A veglia” è il pezzo che se da una parte si veste di maggiori colori country (anche grazie alla presenza del banjo), dall’altra più si ricollega alle origini popolari toscane dell’autrice. Anche qui si intrecciano storie private e Storia collettiva. 

“Farfalle multicolori” è un drammatico dialogo tra una prostituta e sua figlia, con un bell’intreccio di chitarre acustiche a sorreggere il tutto. 

“Il volo del corvo” è una canzone in forma di invocazione verso alcuni elementi naturali, che rendono dura la vita del contadino. C’è un Leopardi sarcastico, dentro questo pezzo. 

“Chocolate and shame”, presente anche in una versione live, è un bel pezzo folk, anch’esso molto vibrante. 

“Bonadea”, sicuramente uno dei brani migliori del lotto, racconta la storia di due dèi, Bonadea e Fauno, scritta dal punto di vista del secondo il quale scopre che Bonadea l’ha tradito. Il pezzo si sostiene su due chitarre e su un coro che lo puntella e lo chiude. 

“Down the highway” mette in scena, per sola chitarra e violino, una donna in pena per il proprio uomo. 

Nell’introduzione a “Il rabdomante incompetente” (un altro pezzo notevole scritto con il marito) la Pucci dedica ironicamente il pezzo alle persone che fanno di tutto per raggiungere i loro obiettivi, anche se non hanno alcun talento. 

“L’Antinarciso” è un curioso tango che vede anche il supporto del piano. E’ una delle canzoni più originali, in cui emergono anche le doti vocali della Pucci, 

Doti che svettano con forza anche nella seguente “Last song sung” (anche questa a firma Pucci/Biaggi) eseguita a cappella con il minimo accompagnamento di una percussione. E' inserita nel numero di Fast Folk che ricorda  Mike Porco, scomparso nel marzo ’92. Porco è una figura poco conosciuta in Italia, ma che merita un doveroso ricordo, del quale siamo debitori a un articolo reperibile sul web: “Mike Porco, il calabrese che adottò Bob Dylan”  cui vi rimandiamo per un approfondimento, e al libro omonimo di Luigi M. Perri e Bruno Castagna che lo ha ispirato. Sintetizzando: calabrese emigrato, arrivò, da semplice lavapiatti, a gestire un locale che trasformò nel mitico Gerde’s Folk City, al centro del Greenwich Village, un tempio della musica folk. Porco diventò con notevole fiuto (pur senza una particolare predisposizione musicale) talent scout di band e cantanti solisti, e fu proprio lui il primo a dar fiducia, facendolo esibire spesso sul suo palco, a un diciannovenne Bob Dylan in fuga dalla famiglia, senza soldi, ma con una chitarra in spalla. Lo stesso Dylan, che proprio a partire da quelle esibizioni al Gerde’s Folk City spiccò il volo, lo ricorda nel primo volume delle sue “Chronicles” chiamandolo con affetto (facendo però un lapsus sulla provenienza) “il mio papà siciliano”.  


Ma torniamo alle altre canzoni.

“Future” è una dolente performance poetico-musicale in doppia lingua, eseguita con le voci recitanti del marito Giancarlo Biagi e della sua collega scultrice Jill Burkee. 

“Corpo gracile”, come spiega la stessa Pucci, è una canzone che espone una semplice tesi: l’amore non ha limiti, e anche quando la persona che ami se ne va c’è sempre qualcosa che rimane: “Ed io che ti ho amato come un fiore, come un frutto, come un nutrimento, nutrimento della memoria, per insegnarmi come vivere, riflettere, condividere”. Il pezzo comincia con un memento mori di scapigliata memoria, per poi però affermare l’amore oltre lo scorrere e l’infierire del tempo.

In coda, per amore di completezza, abbiamo inserito come bonus track "Sail on" un pezzo estemporaneo a chiusura di un live attribuito al collettivo  "The Fast Folk Company " in cui compare la stessa Pucci.


CONCLUDENDO

 Non ci resta che accomiatarci con il paziente lettore arrivato alla fine di questo post alquanto estenuante, temiamo, la cui prolissità crediamo che sia però almeno in parte giustificata dalla volontà e dalla necessità di dare il giusto riconoscimento, di fronte all’esiguità di informazioni fino ad oggi presenti sul web e sulla carta stampata, all’eccezionale figura di questa donna che nella New York degli anni ’80 e inizio '90 si esibiva alla pari (fede ne fa il consistente numero di apparizioni su Fast Folk e le frequenti partecipazioni alle loro sortite live) con pesi massimi quali Jack Hardy, Suzanne Vega o Michelle Shocked, cantando in buona parte nella nostra lingua (chissà cosa ne capivano) delle canzoni che ad ascoltarle oggi meritano assolutamente di essere riscoperte dal pubblico italiano, a cominciare da voi, amici curiosi e appassionati della Stratosfera.

Infine, un immenso e sentito ringraziamento a Marco Giunco, foriero di informazioni preziosissime, e un bacio in fronte a Viola Caponeri, la mia amata figliola, a cui devo le traduzioni dall’inglese.

 E con questo è davvero tutto, buon ascolto!

  LINK LOST SONGS

LINK TESTI + ARTICOLI SU FAST FOLK


Post by Andrea "Arrivano gli Sprassolati!" Caponeri


5 commenti:

  1. Complimenti per la scoperta e per l'appassionante lavoro investigativo!

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  2. Questi sono i post che rendono grande la Stratosfera. Non posso che complimentarmi anch'io con Andrea per il lungo e minuzioso lavoro di ricerca. Tanta fatica ma anche tanta soddisfazione. Sei riuscito a farci scoprire e portare alla luce il lavoro di una artista di sicuro sconosciuta a noi tutti. Grande Andrea!

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  3. Canzoni di gran fascino ed informazioni dettagliatissime. Grazie mille super Andrea.

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  4. Germana Pucci fu anche una frequentatrice del Club Tenco. Nel 1988 fu grazie alla sua intermediazione che potemmo avere al "Tenco" nientemeno che Joni Mitchell. Anche lei salì sul palco per cantare le sue canzoni, passando poi nel relativo special televisivo. Ho un bel ricordo di lei.

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