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giovedì 19 ottobre 2017

Luca Ghielmetti - 1990 - Le corniole di Nonno Rassuli (vynil)


  
TRACKLIST

1 Nostra signora dei Turchi
2 Uomini secchi
3 Nikos
4 Tana del lupo
5 Gli elefanti del mare/Elephant march
6 Le corniole di Nonno Rassuli
7 Zumpa zumpa and wine
8 Pilar Shopping Company
9 Sugar Ray Robinson
10 - Bonus track - Le corniole di Nonno Rassuli (live al Premio Tenco 1990)
11 - Bonus track - Madremmana (parte, inedito, live al Premio Tenco 1990)
12 - Bonus track - Zumpa zumpa and wine (parte, live al Premio Tenco 1990)


FORMAZIONE :

Bass – Andrea Tognoli
Drums – Gino Carravieri
Drums – Paolo Saraceno
Piano, Vocals, Keyboards – Mark Harris
Flute, Alto and Soprano Saxophone – Giancarlo Parisi
Guitar – Giorgio Cocilovo
Keyboards – Paolo Bolio
Cornet – Fabio Ciboldi
Trombone – Antonio Frisoni
Trombone – Ambrogio Frigerio
Trumpet – Armando Saldarini
Trumpet – Fabio Ciboldi
Contrabass – Paolo Frondoni
Contrabass & bass – Massimo Scoca
Bass – Marco Nanni


Quel Premio Tenco fu davvero rivelatore. Correva il 1990 e qualcuno, nonostante l’ora tarda, stava ancora davanti alla TV a gustarsi, in differita, le serate della gloriosa manifestazione musicale, a quell’epoca ancora guidata con mano salda dal grande vecchio Amilcare Rambaldi. Quel pochi in fervida attesa davanti al tubo catodico (in quegli anni non era ancora diventato solo un modo di dire) erano lì in attesa di qualcosa. Gli anni 80, il Gran Deserto della Canzone d’Autore, erano da poco finiti e tutti erano lì, alla ricerca di un’epifania, di qualcosa o qualcuno che sapesse riprenderla in mano, ‘sta cavolo di canzone d’autore (qualunque cosa già ai tempi cominciasse a significare). Sta di fatto che quella veglia di preghiera notturna non fu vana. In quella fatidica edizione furono lanciati due debuttanti assoluti, al loro primo album. Due che non potevano passare inosservati, tanta era la qualità della loro scrittura, e la voglia di non sottostare alle mode effimere di quel decennio appena (fortunatamente) morto.

Dei due, quello che mi colpì particolarmente era proprio l’artista oggetto di questo post. Mi fissai bene in mente il suo nome: Luca Ghielmetti, comasco. Mi incantò la sua assoluta padronanza della forma canzone, anche se i suoi riferimenti musicali erano ben piantati, e si vedeva benissimo, nel jazz e nelle sue numerose diramazioni. All’epoca, a molti, ascoltandolo, venne in mente Paolo Conte (d’altra parte si stava nel suo regno, al Tenco), anche se Ghielmetti timidamente cercò di fare i nomi di Randy Newmann e di Tom Waits. A quest’ultimo, in particolare, l’accumunavano sia la voce roca, sia una certa somiglianza fisica, tant’è che qualcuno dell’organizzazione pensò addirittura di mandarlo in scena a sorpresa facendolo passare proprio per Tom Waits... Chissà se il pubblico del Tenco avrebbe apprezzato lo scherzo.


Sta di fatto che al “Millerecords” di Roma mi prendo subito il lavoro di esordio di questo tizio, dal curioso e astruso titolo “Le corniole di Nonno Rassuli”. Lo adagio sui piatto e, tempo pochi giri, capisco che non mi sono sbagliato: questo è uno bravo, poco da fare. Mi riascolto la title track (nel disco non c’è la stecca iniziale di sax soprano che invece inficiò l’esibizione sanremese), e la ritrovo stupenda e malinconica con quel suo dolce rievocare gli anni avventurosi e romantici da studente fuorisede. E poi scopro tutte le altre, nessuna buttata là tanto per fare (quando bazzichi il jazz la tentazione della jammata fine a sé stessa è dietro l’angolo). C’è il ritratto in grigio degli “Uomini secchi”, l’esilarante gita a New York dei provinciali della Val di Muggia, sulle tracce di, toh!, Tom Waits (e qui in effetti i debiti contiani appaiono più evidenti) raccontata in “Zumpa zumpa and wine” e poi la finale “Sugar Ray Robinson”, una delle più belle canzoni dedicate alla nobile arte attraverso la rievocazione di uno dei suoi campioni più leggendari. Ma, ripeto, ognuna delle 9 canzoni contiene un’idea forte portante, così come è forte l’apertura di “Nostra signora dei Turchi” (la cui protagonista è ritratta “perfetta al tavolino/ in quella coda di settembre”, tanto perfetta che poi Ghielmetti non può che constatare che “una condanna così forte/ può stare bene solo a me”). I rivestimenti sonori creativi, mai scontati, in cui entrano in ballo chanson, ballad, swing, jazz-rock (nel modo in cui lo declinava, in quegli anni, lo Sting solista), danno la sensazione che tutto giri come si deve, grazie a musicisti ispirati e agli arrangiamenti sapienti di Maurizio Caldironi. D’altra parte il parterre di turnisti è notevole, basti citare quel gran chitarrista che è Giorgio Cocilovo (il suo assolo dal sapore manouche su “Tana del lupo” è da antologia), Mark Harris e Giancarlo Parisi, entrambi in orbita De Andrè (il secondo anche in quella PFM).

Insomma, un album che per me resta una delle vette degli anni ’90 italiani, un capolavoro misconosciuto che andrebbe assolutamente rivalutato.


Ve lo presento (rippato dal vinile, anche se al tempo uscì anche in CD) con tre bonus track, per la prima volta on the web, che documentano la sua esibizione al fatidico Tenco di quell’anno. Sono tratte dalla diretta Radio RAI, durante la quale Ghielmetti si guadagnò gli apprezzamenti di Ernesto Bassignano e Roberto Vecchioni. Putroppo, per i continui parlati degli speakers, sono in forma parziale.


Ghielmetti poi navigherà spesso sotto costa, dedicandosi alla sua professione di farmacista, ma continuando lo stesso a frequentare il mondo musicale producendo due altri album a diversa distanza l’uno dall’altro (“Dolci spose mancate d’un soffio”, 1999, anch’esso fuori catalogo e difficilemente reperibile, e il più recente “Luca Ghielmetti”, 2008, prodotto da Greg Cohen, storico sodale di, ri-toh!, Tom Waits) e collaborando con Enrico Ruggeri (che l’anno scorso sul suo profilo Fb l’ha appellato come “uno dei più grandi cantautori italiani”) e con Giorgio Conte, con cui condividerà spesso e volentieri canzoni e palchi.


Ah, e l’altro? Sì, quello, l’altro cantautore che venne fuori in quella edizione. Beh, anche l’altro era bravo, l’avevo capito subito, tant’è vero che da lì a poco mi comprai anche il suo, di disco. In ogni caso mi pareva ancora un po’ derivativo, acerbo, con un suono tutto sommato più classico. Predico a Luca Ghielmetti un gran futuro, e all’altro un destino da piccoli club.


Il suo nome era Vinicio Capossela, e forse ne avrete sentito parlare.

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 Post by Andrea Altrocanto with a very little Captain's touch