giovedì 26 febbraio 2026

I Compagni di Scena - Due stagioni (LP, 1977)


TRACKLIST:

Lato A
01. E noi a guardare
02. E la luna
03. M’han sempre detto
04. Respira più piano
05. Se le parole vanno lontano

Lato B
06. Un piede segue l’altro
07. Taglia le ali
08. Ecco qua
09. Piove anche sopra il re
10. Canto cantare canto


Breve premessa by George
Non sono mai stato un grande "tifoso" o sostenitore della canzone politica, non l'ho mai nascosto: rappresenta in ogni caso un pezzo importante della nostra storia contemporanea che deve essere  necessariamente storicizzata. Di conseguenza ogni tanto, riesco a farla rientrare queste musiche nelle deviazioni varie di cui si compone la Stratosfera. E poi, scusate, ma qui abbiamo l'amico e collaboratore Cimabue che ci propone un vinile piuttosto raro, mai ristampato nel corso degli anni, completo di  parti musicali e di testi. Grazie CMB per questo ottimo lavoro, che merita di essere pubblicato e condiviso. Aggiungo che, a differenza di certi dischi di canzoni politiche, dai suoni scarni ed essenziali, qui si apprezza lo sforzo compositivo e l'innesto di strumenti diversi dalla solita chitarra acustica. Lo ricorderà Cimabue nelle sue note conclusive. Apprezzabili anche le parti corali, che mantengono l'impronta del folklore sardo, patrimonio culturale di quella regione (I Compagni di Scena provengono dalla Sardegna). Le musiche e i testi sono di Antonello Manzo e Gino Melchiorre, mentre gli esecutori non sono accreditati. Conclusa questa breve premessa la parola passa all'amico Cimabue. 


I Compagni di Scena sono un ensemble musical-teatrale sardo che si è cimentato nella canzone sociale e politica con risultati artisticamente interessanti. Ad un primo album, denominato “Brecht la madre di Gorky” edito dalla Compagnia Italiana del Suono nel 1971, ha fatto seguito “Due stagioni”, oggetto del post odierno. Questo vinile, edito nel 1977 dall’etichetta I dischi dello Zodiaco e distribuito dall’Editoriale Sciascia anche su formato MC, come in uso all’epoca (vinile mai ristampato negli anni a seguire - ndr) presenta una lunga presentazione che vi riporto integralmente così da farvi immergere nello spirito anche sociale e non solo sonoro del maggio 1977 in Italia ed in Sardegna in particolare. È un po’ lunga, ma estremamente interessante sotto il profilo storico.


“Due stagioni” vuole significare due periodi diversi ma anche due climi, due umori, due situazioni politiche, due stagioni teatrali distinte. Nel disco più semplicemente due facciate. La prima riporta i canti di commento e di accompagnamento dello spettacolo teatrale “Le fabbriche bugiarde” nato da una lunga inchiesta nei e intorno ai poli di sviluppo dell’economia sarda quando lo spegnersi del boom economico nazionale già dava ragione alla rabbia di chi aveva visto nel sorgere di queste cattedrali petrolchimiche il tradimento delle aspettative sull’utilizzazione delle risorse naturali offerte dal territorio e l’anacronismo con la propria cultura. Lo spettacolo e in particolare le canzoni si sono fatte carico, per due anni, d’essere documento di denuncia e amplificatore della voce della nuova classe operaia, cosciente, e combattiva, che veniva formandosi all’interno delle fabbriche di Ottana, Portotorres, Portovesme, Assemini, Sarroch, ecc. Proponendosi con il suo linguaggio diretto e teso nelle piazze, nei piccoli cinema, nelle fabbriche occupate, nei magazzini, negli altri atri delle scuole di decine di paesi, dove il teatro non era mai stato, come momento di aggregazione e di dibattito, come nuovo modo fi fare politica, vincendo remore e timori, scuotendo la coscienza di chi si apprestava a svendere i propri valori culturali ed una tradizione ancora viva e dinamica.


La seconda facciata (musicalmente più ricca - ndr) si riferisce ad un nuovo spettacolo, ancora in fase di allestimento, che ha per tema la strategia del potere ed i suoi vani tentativi di ritardare o sopire la presa di coscienza di un popolo che è sempre meno disposto a subire e reclama il diritto di essere protagonista della propria storia. È uno spettacolo che nasce dalla riflessione dei sei anni di attività del collettivo “I Compagni di Scena”, dalla rilettura delle centinaia di pagine dei dibattiti con il pubblico, registrati durante gli spettacoli precedenti, dalla situazione di disorientamento e di dibattito, spesso anche drammatico, in cui ci troviamo: questo spiega le difficoltà di allestimento di uno spettacolo il cui testo si riempie di giorno in giorno di significati nuovi ma, talvolta, si vede superato da vicende che solo la fantasia di un potere contorto e corrotto riesce a produrre. Questo spiega soprattutto la scelta della metafora nelle canzoni e l’abbandono di un linguaggio che per essere troppo diretto rischia di diventare unilaterale. Anche dal punto di vista musicale le canzoni, che nello spettacolo vengono sempre introdotte da un cantastorie, si ispirano a modelli più ricercati e, in un certo senso, elaborati: vi sono degli abbellimenti e dei di-più ogni volta che il cantastorie descrive i fatti del potere, barocchi, contorti, burocratici. Basti pensare a “Un piede segue l’altro” che con la sua struttura a vite senza fine vuole descrivere il balletto grottesco che ciascuno di noi è costretto a fare con le porte e le scale di qualunque ufficio pubblico nel quale si debba avventurare. Gli abbellimenti e i di-più si perdono non appena è il popolo a cantare, quel popolo che dapprima rivolta contro il potere quegli stessi canti, ma che, alla fine, ritrovata la sua identità e quindi intiera la sua forza si esprime con “Canto cantare canto” nei modi che gli sono propri.


A questo punto in ogni copertina per bene dovrebbero esserci i nomi degli autori delle musiche e dei testi delle canzoni e i suoi esecutori; se poi la copertina è per benissimo basta scrivere: autori ed esecutori “I Compagni di Scena”. Noi non ce la sentiamo di adottare né l’una né l’altra soluzione e quindi riportiamo, in sintesi, il dibattito che è avvenuto in proposito al nostro interno. È chiaro che la produzione collettiva è una frase vuota e spesso mistificatoria se si pensa che nel nostro collettivo solo alcuni sono in grado di comporre una musica o di stendere in versi idee e concetti; d’altra parte questi alcuni hanno dato veste di canzoni a idee prodotte da altri ed ai va bene non va bene espressi da altri ancora. Non basta: queste canzoni sono nate in un clima e attraverso esigenze suggerite da oltre ottanta persone che in sei anni di attività sono passate per l’esperienza de “I Compagni di Scena”. Inoltre ciascuno di noi ha dato al gruppo un contributo strettamente collegato alla propria disponibilità di tempo, portando in questa attività le contraddizioni e i problemi che man mano accumulava nel posto di lavoro o di studio, consentendo con il proprio impegno, spesso anche economico, di far cantare chi sapeva cantare,


Quindi queste canzoni non sono soltanto degli attuali componenti il gruppo, sono nella stessa misura di Pipino che le ha già trovate fatte e di Bastiano che è andato via cinque anni fa, di Natascia che le ha condizionate con il suo giudizio, di Giorgia che si è astenuta, di Ione che si è terrorizzata e di Caxomai che ne ha dattiloscritto le copie, di Biagio, di Filippo, di Ignazio e di chissà quanti altri dei quali non conosciamo neanche il nome né il viso e che pure ce le hanno suggerite senza neanche saperlo.
Sono in definitiva del movimento, bastava qualcuno che le raccogliesse, le sistemasse un po’ e le cantasse. Ma per raccoglierle era necessario stimolare tutti i fatti che rapidamente abbiamo accennato, era necessario soprattutto essere gruppo, organizzato, attento e spesso anche sofferto tra le tante difficoltà che questo lavoro povero e dilettantesco comporta. Se abbiamo avuto il merito di leggerle, queste canzoni, nel movimento, ci spetta dunque anche il diritto-dovere di rifiutarne la proprietà e di riconsegnarle, elaborate attraverso la nostra personalità, al movimento stesso.


Conclusione by CMB
A differenza di numerose pubblicazioni coeve “Due stagioni” - anche a distanza di molti anni - si lascia ancora ascoltare, grazie ad un impianto vocale che alterna voci soli a momenti corali che muovono i passi su un tappeto fatto di chitarre acustiche impreziosite da inserti di flauto nella prima facciata e da percussioni e tastiere vintage nella seconda. A momenti più pacati si alternano movimenti più ritmati che hanno il merito di conferire alla produzione una certa dinamicità. I testi, da leggere con gli “occhiali dell’epoca”, raccontano dei problemi del lavoro e della società della terra sarda. Concludendo, un documento storico di come musica e teatro fossero al servizio diretto del “movimento” che proprio in quel 1977 iniziò il suo lento, ma inesorabile declino. Buon ascolto.


LINK 

Post by Cimabue (with a little help by George)

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